Sono tornato a Parigi dopo 2 anni di assenza. Una cosa non programmata, ma dopo la giornata passata con Salvatore Mannino il richiamo era troppo forte e non poteva essere ignorato.
L’iconico festival ha debuttato a Parigi nel 2004 e si è tenuto ogni anno, consolidandosi come il più grande evento di degustazione in Europa. Sarà riuscito a superarsi, in un contesto di calo di interesse verso il distillato?
La partecipazione
Facile fare i conti, quando manchi da un paio di edizioni il trend si manifesta in modo molto evidente. Anche il gettonatossimo festival di Parigi ha subito la difficoltà dei tempi.
Corridoi molto larghi, più o meno la metà dei metri quadrati di stand, assenze pesanti come quelle delle grandi multinazionali e di molti tra i piccolissimi artigiani scozzesi e imbottigliatori indipendenti. Sia per il whisky che, in modo minore, anche per il rum. Le distillerie francesi sono sempre più presenti in percentuale. Non solo whisky, anche Cognac, Armagnac e Calvados.
L’affluenza dei consumatori (il lunedì è dedicato ai professionisti) è comunque stata importante – a detta degli espositori amici – sia nella giornata di sabato, che la domenica. Ottimo per le aziende che hanno confermato la loro presenza.
Bartender ridotti in modo sensibile, il lunedì – pur essendo dichiarato come soldout – per me ha registrato la metà dei partecipanti rispetto alle edizioni record.
Grande interesse, come sempre, per la Cocktail Street, bella, attraente, affollata già alle 17 da ragazzi giovani.
Faccio i complimenti a tutti i ragazzi e le ragazze dell’organizzazione, per avere portato a termine la solita missione impossibile.
Gli assaggi interessanti? A centinaia, per decoro eviterei di pubblicare foto senza commenti. Approfondimenti in un paio di articoli.




