White Horse Blended

White Horse Blended

L’occasione offerta ieri dal Whisky Club Bozen di rimettere il naso su un White Horse anni ’60, mi offre l’opportunità di parlare della storia di un marchio indissolubilmente legato alla distilleria Lagavulin.

Degli altri dram, il Bowmore Bicentenario, il Talisker 18 1979 di Cadenhead’s, il Laphroaig 10 Unblended Cinziano, ma soprattutto di quello strepitoso Springbank 25, ne parlo settimana prossima.

 

 

White Horse

Parlare di White Horse non significa solo parlare di un Blended Scotch Whisky, ma della storia di una società che ha preso il nome dal suo prodotto di punta, cosa avvenuta solo nel 1924, alla morte di Sir Peter Mackie. In quel momento la Mackie & Co. Distillers Ltd divenne White Horse Distillers Ltd per riflettere il successo mondiale di White Horse, originariamente conosciuto come Mackie’s White Horse Cellar Scotch Whisky. Ripercorriamo tutti i passi.

Il White Horse, storicamente sempre presente nella Top 5 dei Blended più venduti, e che oggi fatica a stare tra i primi 10, nasce tardi rispetto agli altri concorrenti, per volontà di James Logan Mackie. La James Logan Mackie & Co. compare per la prima volta ufficialmente nel 1883, fondata dalla partneriship tra J.Logan e Capt. J.C. Graham, allo scopo di gestire la distilleria Lagavulin, da loro acquistata nel 1867. Graham era il distillatore e Mackie il venditore. L’azienda seguì presto la tendenza del settore, diversificando le proprie attività nel blending, offerto intorno al 1886 con l’etichetta Mackie, e costruito intorno al caratteristico malto Lagavulin, che è sempre stato il componente dominante nei prodotti dell’azienda.

La svolta nel 1889, quando James Logan muore e l’azienda passa sotto il controllo del nipote Peter Mackie. Viene registrato il marchio White Horse, con l’intenzione di produrre un Blended Scotch Whisky esclusivamente dedicato all’esportazione.

Un nome di familia. I Mackie di Edimburgo aveva infatti acquistato il White Horse Inn a Canongate – nel centro di Edimburgo – intorno al 1650, una attività che rimase di proprietà della famiglia fino al 1917. Una locanda molto conosciuta, che era capolinea della linea di carrozze veloci che collegavano Londra con Edimburgo. Un marchio efficace, con i cavalli bianchi e la carrozza ben evidenti in etichetta, una vigorosa campagna promozionale, una qualità superiore, hanno immediatamente trascinato le vendite del Blended.

 

 

L’azienda cresce

L’azienda divenne una società a responsabilità limitata nel 1895, con Peter come presidente della Mackie & Co (Distillers) Ltd. Il bisogno di malto per sostenere le crescenti vendite del White Horse, la ricerca di un ingrediente più morbido rispetto a quello di Lagavulin, portarono Peter a costruire una nuova distilleria nel cuore dello Speyside, in quel villaggio che pochi anni prima era stato raggiunto dalla prima ferrovia scozzese. Nasce così, in partnership con Alexander Edward, la distilleria Craigellachie, di cui Peter acquisirà il controllo completo nel 1915.

Nel 1919 acquistarono anche la Greenlees & Colville Ltd, che possedeva la distilleria Hazelburn a Campbeltown. Erano gli anni in cui il whisky di Campbeltown godeva di pessima reputazione, venne fatto anche il tentativo di resettare il passato del suo malto con il cambio di nome in “Kintyre whisky”. I risultati deludenti portarono alla chiusura definitiva della distilleria nel 1925, e alla sua trasformazione in warehouse per il marchio White Horse, dopotutto Campbeltown era sempre un porto strategico e le vendite verso le Americhe potevano beneficiare di una logistica vincente.

Registriamo il fatto che, sotto la proprietà di Mackie, nel Maggio 1920 un chimico giapponese iniziava il suo praticantato presso la distilleria Hazelburn. Qui Masataka Taketsuru compilò il suo famoso blocco appunti intitolato “On the Production Methods of Pot Still Whisky”, prima di tornare (a novembre dello stesso anno) in patria, e dare il via alla storia del whisky giapponese che oggi compie 100 anni.

Nel 1923 Peter acquista e ristruttura anche la distilleria Cragganmore. Ma sono gli anni del Proibizionismo Americano, il cui peso inizia a farsi sentire sulle vendite di White Horse. Non solo. La perdita dell’erede, il figlio James Logan Mackie junior ucciso durante la Prima Guerra Mondiale, creò il bisogno di assicurare un futuro alla compagnia. Alle trattative infruttuose con la John Dewar & Sons, seguì, nel settembre 1924, la morte di Peter. Seguì un periodo di riorganizzazione, in cui l’azienda cambio il nome in White Horse Distillers Ltd., a testimonianza dell’importanza del blended. Venne così spianata la strada per l’ingresso nella Distillers Company Ltd (DCL), avvenuto nel 1927, compagnia confluita nella attuale Diageo.

Nel 1936, la zoppicante distilleria Glen Elgin viene acquisita dalla DCL e data in gestione alla White Horse. Si crea così il forte legame tra i due brand, testimoniato anche dall’assaggio che abbiamo fatto qualche giorno fa in alpeggio.

A titolo di curiosità, riporto un estratto del testo di Alfred Barnard, incaricato da Peter di produrre un opuscolo sulle distillerie e sulle operazioni di blending dell’azienda. Nel capitolo intitolato “Come miscelare il whisky” è rivelata quella che con molta probabilità era la ricetta del White Horse, di cui sorprende la minoritaria presenza di whisky di grano (solo 25%):

A richiesta forniamo un esempio di un blend che ha riscosso grande successo sia in patria che all’estero. Età media: sette anni.

5 parti di Glenlivet
3 parti di Islay
3 parti di Lowland
1 parte di Campbeltown
4 parti di whisky di grano

Totale: 16 parti

 

 

Il legame tra White Horse e Lagavulin rimane sempre forte, al punto che i primi single malt della distilleria hanno sempre riportato la dicitura White Horse in etichetta. Nel 2010 la decisione di Diageo di dissolvere la White Horse Distillers Ltd. mette fine ad una storia piu che secolare.

 

 

La disputa con Laphroaig e la distilleria Malt Mill

Sir Peter Mackie, oltre che un abile imprenditore era – come tutti i Whisky Barons che hanno fatto la storia dello Scotch – un affermato personaggio pubblico, con un carattere molto eccentrico.

Tra le attività che avevano fatto le fortune della Mackie & Co., dobbiamo registrare anche il contratto stipulato con la distilleria Laphroaig, vicina di casa di Lagavulin. Peter Mackie si era assicurato l’esclusiva della vendita di Laphroaig, malto che utilizzava ampiamente nelle ricette dei suoi blended. Un accordo che aveva funzionato bene per molti anni.

L’imprevedibile accade nel 1907, quando alla morte del proprietario Alex Johnston, Laphroaig finisce sotto il controllo del nipote Ian Hunter, che – capendo le potenzialità del malto di Laphroaig – volle immediatamente interrompere il contratto con Mackie. A suo dire, il whisky di Laphroaig era ampiamente utilizzato da Peter nelle sua ricette, cosa che contribuiva a fare più le fortune dei Blended, che quelle della distilleria.

La controversia finì in tribunale e Mackie perse, non avendo più il diritto di rappresentare Laphroaig o di vendere i suoi prodotti.

Entrambe le distillerie facevano affidamento sulla stessa sorgente d’acqua. Peter Mackie non digerì l’interruzione del rapporto e non seppe fare di meglio che interrompere, nottetempo, la fornitura d’acqua a Laphroaig, deviando il corso d’acqua.

Ciò portò a un’ulteriore controversia legale, che si protrasse per molti anni.

Peter Mackie procedette parallelamente alla costruzione di una seconda distilleria all’interno delle mura di Lagavulin; il suo intento iniziale era quello di produrre un whisky che replicasse il più possibile lo stile di Laphroaig, cosa che chiaramente non fu mai realizzata.

Stessa acqua, l’ingrediente più importante, stessi alambicchi, costruiti ad esatta replica di quelli di Laphroaig. Peter arruola anche alcuni dipendenti di Laphroaig, compreso il mastro birraio.

Utilizzando i pavimenti di maltaggio e il mashtun di Lagavulin, avviò quindi una nuova sala di fermentazione e una nuova still house. Nacque così una nuova distilleria a cui venne dato il nome di Malt Mill.

La sua attività iniziò nel 1908 con l’obiettivo di produrre un whisky che seguisse esattamente le tecniche che, secondo lui, i vecchi distillatori di Islay avevano utilizzato prima della legalizzazione. Si trattava, in effetti, di una replica di una vecchia distilleria tradizionale. Ad esempio, non veniva bruciato carbone nel kiln, che utilizzava solo torba. La scala era molto più piccola rispetto a quella di Lagavulin, con tre piccoli washback e due alambicchi a forma di pera con worm tub, e il new make di Malt Mill era totalmente diverso da quello di Lagavulin. E anche da quello di Laphroaig. A dire il vero, la scelta progettuale di Peter è andata più verso uno stile ricco, ancestrale e molto torbato; forse era più interessato a costruire uno stile di forte richiamo, che non a replicare quello di Laphroaig.

Fatto sta che Malt Mill potè proseguire indisturbata nella produzione di sole 500 sherry butt all’anno. Sino alla razionalizzazione del 1960, quando venne chiusa, e le sue attrezzature incorporate in quelle di Lagavulin nel 1963.

Oggi gli edifici di Malt Mill sono stati in parte demoliti e in parte convertiti nel dram bar di Lagavulin, mentre la vecchia malteria, chiusa nel 1974, è stata adibita a centro accoglienza. Non è mai stato rilasciato alcun imbottigliamento di Malt Mill, rimane traccia solo di una piccola ampolla di new make, in esposizione nel Visitor Centre.

 

 

Un malto avvolto nel mistero … sino alla “scoperta” di una botte nel film “The Angel’s Share” di Ken Loach, uscito nel 2012. Ma questa è un’altra storia.

 

 

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