Whiskey or whisky?

Whiskey or whisky?

Molti, anche appassionati, presi dal desiderio lussurioso di bere un dram, probabilmente non si saranno soffermati sul perché il Distillatore irlandese e quello scozzese abbiano aggiunto o meno alla celebre parola “whisk(e)y“ una “e” sull’etichetta in bottiglia. O sul perchè gli Americani chiamino whiskey la propria eau-de-vie di cereali, mentre i Giapponesi, fedeli alla grafia scozzese, utilizzino il termine whisky, come pure i Canadesi.

 

 

Perché è importante non immergersi immediatamente nei sapori e negli odori del whisk(e)y ma riflettere qualche secondo anche su come si scrive il magico spirito che stiamo bevendo?

Perché dietro una “e” in più o in meno c’è tanta Storia, con la ”s” maiuscola.

 

Irish e Scotch a fine 1800

Per gran parte del diciannovesimo secolo quasi tutto il mondo scriveva “whisky”, quando si riferiva all’acquavite di cereali.

Nel 1860 fu approvato dal Governo Gladstone lo Spirits Act in Inghilterra: esso consentiva di creare blend tra whisky di grano e whisky di malto. In quel preciso momento la produzione di whisky era in mano agli Irlandesi, che ne controllavano circa il 70% della produzione mondiale. Era l’Irish Whiskey che dominava il globo terracqueo.

Dublino, Cork, Derry, facevano piovere whisky dappertutto.

La Royal Irish Distillers di Belfast aveva una capacità di produzione di circa 2,5 milioni di galloni di whisky per anno. Il loro Dunville fu per molto tempo il whisky più venduto ed apprezzato negli States. Royal Irish Distillers possedeva il più grande magazzino di whisky in via di affinamento che esistesse in Gran Bretagna.

Fino alla fine del secolo diciannove dello scorso millennio più del 40% della forza lavoro di Dublino trovava impiego nelle aziende produttrici di malti e birre a beneficio dei nostri antenati alcolizzati di tutto il globo.

Dublino aveva sei Distillerie, quattro delle quali, John Jameson, William Jameson, John Power e George Row avevano insieme una capacità di produzione di circa 5 milioni di galloni di whisky l’anno.

E le Distillerie scozzesi? Prima che Claudio Riva e noialtri le prosciugassimo nel secolo successivo, potevano produrre infinitamente meno. Glenlivet, la distilleria scozzese più importante,aveva una capacità di produzione di circa 200.000 galloni. Ben poche distillerie in Scozia superavano i 100.000 galloni prodotti.

 

 

Il Blend scozzese, nato anche ovviamente all’adozione del Coffey Still dal 1830 in avanti, in poco tempo sparigliò i mercati mondiali, troppa differenza di prezzo rispetto ai single malts irlandesi. Inoltre, commercialmente gli Scozzesi, si insinuarono rapidamente nelle quote di mercato detenute fino ad allora dagli Irlandesi.

 

Come reagirono gli Irlandesi?

Innanzitutto i Fantastici 4, le quattro principali distillerie irlandesi citate, si affidarono … alla scrittura di un libro in cui denunciavano che “il blend non è whisky e non si può denominare come tale.”, “Truths about whisky”, 1879.

 

 

Nel 1908 della questione se il blend fosse whisky come il single malt fu investita la Royal Commission on Whiskey and potable spirits, che nel 1909 decise che anche il blend fosse whisky.

Paradossalmente la Commissione pubblicò il report indicando whisky con la”e” nel titolo del parere che fu poi sottoposto dal Governo inglese al Parlamento per l’approvazione.

 

 

E allora non rimase a gran parte delle distillerie irlandesi, verso la fine dell’Ottocento, di adottare la “e” nella denominazione del loro whiskey per differenziarsi dagli odiati Scozzesi. Con qualche eccezione come Paddy, un nome importante a livello regionale nella zona di Cork, che continuò a chiamare whisky la sua acquavite fino agli Sessanta del Novecento.

Fino al Volsteadt Act che adottò il Proibizionismo il Canadian e l’Irish erano i whisky piu venduti negli States, ecco perché alla fine dell’Ottocento, similmente a quanto era avvenuto in Irlanda, anche gli Americani introdussero la variante “e” da aggiungere alla parola classica ”whisky”.

Il whiskey irlandese era considerato superiore a quello scozzese e venduto a New York come a Los Angeles con un prezzo superiore al 25% a quello scozzese, dunque se si voleva vendere o produrre acquavite di cereale di qualità, la si doveva chiamare “whiskey”.

È interessante notare come molte antiche normative statunitensi sui distillati si riferiscano all’acquavite di cereali come whisky e come poi solo nella seconda metà del Novecento sia stata adottata la denominazione di “whiskey”.

L’attuale dinamismo del whiskey irlandese porterà nuovamente ad un sommovimento della parola “whiskey” sul classico whisky scozzese e sul suo alleato giapponese? Irlanda e Stati Uniti, alleati nella terminologia, riusciranno a prendere il sopravvento quantitativo se non qualitativo della vendita delle acquaviti di cereali?

Non lo sappiamo, possiamo solo dire che nel 2021 lo scotch whisky è stato il distillato più venduto al mondo, con esportazioni per un valore di circa quattro milioni di sterline l’anno. Ogni secondo vengono esportate dalla Scozia verso il mondo 44 bottiglie di whisky, non tutte vanno nell’umile ma alcolica dimora di Claudio Riva e dei suoi seguaci.

Il principale mercato di alcolici nel mondo è la Cina e questa nazione diviene sempre più la meta verso cui indirizzare i propri sforzi di marketing e commercializzazione.

 

L’Irish Whiskey si vende? Sempre di più

Nel 2022 il valore delle esportazioni di Irish ha, per la prima volta, superato il miliardo di euro. Oltre quaranta distillerie con un volume venduto pari a quattordici milioni di casse.

Non male come trend per un movimento che nel 2010 poteva contare solo su quattro distillerie operanti con vendite inferiori a cinque milioni di casse.

I numeri sono ancora lontani rispetto a quelli scozzesi, ma … diamo tempo al tempo … intanto la fama dell’Irish sta crescendo sempre più in tutto il mondo. In particolare gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato per vendite di casse con una quota di circa il 40% delle esportazioni complessive, mentre l’Unione Europea costituisce il secondo mercato.

 

Chi vincerà alla lunga tra Irish Whiskey e Scotch Whisky?

Non lo sappiamo.

Possiamo solo dire come concluse Truman Capote che “Non esiste un whiskey cattivo. Ce ne sono solo alcuni che non sono buoni come altri”.

Ma soprattutto “La produzione di whisky è un atto di cooperazione tra i doni della Natura e la saggezza dell’Uomo”, come amava dire Masataka Taketsuru, che qualcosa aveva prodotto e bevuto in giro per il mondo.

E così sia.

 

 

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