Tungi, Isola di Sant’Elena

Tungi, Isola di Sant’Elena

Gli ultimi tempi terreni di Napoleone non furono divertenti, come l’Imperatore che, aveva fatto tremare, sospirare o illudere tutta Europa, avrebbe sperato.

Confinato in quello che a lui parve sempre poco più di uno scoglio in mezzo all’infinito mare, sotto il bieco controllo degli odiati britannici, in un clima ostile e generalmente insopportabile, rifiutò anche il conforto dei medici del nemico. E se poi lo volessero avvelenare?

Unico conforto qualche amico inviato dalla lontana Europa dalla sua famiglia di origine italiana, tra cui un giovane medico, Francesco Antommarchi, che gli consigliò di dedicarsi al giardinaggio intorno alla sua dorata prigionia in quel di Longwood House, presso l’isola di Sant’Elena, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico, dove “non potesse nuocere al mondo”, come imposero le Potenze restauratrici europee. Dopo quel terremoto che il geniale corso aveva causato in pochi anni negli equilibri geopolitici mondiali.

Ora Sant’Elena ha perso di importanza come punto fondamentale della navigazione a vela attraverso cui i commerci si sviluppavano nei tempi remoti e probabilmente sarà meta di turismo, speriamo non di massa, avendo una fauna ed una flora molto interessante, ma al tempo dell’esilio di Bonaparte non era facile far pervenire alcolici e generi di conforto.

E tuttavia Napoleone a Sant’Elena bevve Cognac, senza dubbio. Non fosse altro perché, inizialmente per sfuggire agli odiati bevitori di gin, si era preoccupato di imbarcare sul veliero che lo doveva portare in salvo negli Stati Uniti, due casse di quello che gli Inglesi definirono con ammirazione “il brandy di Napoleone”, il cognac, di cui pare due casse fornite dalla ditta Courvoisier, che su questa “sponsorizzazione” costruì parte del suo successo commerciale futuro.

Ma l’Imperatore a Sant’Elena beveva anche altro, ovviamente, oltre al suo vino di Borgogna, che era il suo preferito, ossia il Pinot Noir prodotto nel comune di Gevrey-Chambertin, ma anche il “Vin de Constance”, proveniente dal vigneto Groot Constantia, un nettare dolce che Egli si faceva portare direttamente dal Sudafrica, peraltro una bottiglia dell’annata 1821, parte dell’ultima consegna mai giunta in tempo prima della sua morte e messa all’asta nel 2021 è divenuta la bottiglia di vino più costosa al mondo con un valore di trentamila euro.

Certo, però, il Tungi non l’ha mai degustato l’Imperatore.

 

Cosa è il Tungi?

Un distillato unico, proveniente da una materia prima speciale, che ha alla base l’unicità dei fichi di India, frutti prelibati e selvaggi della natura dell’Isola di Sant’Elena, territorio britannico d’oltremare, che comprende anche l’Isola di Ascensione e quelle di Tristan da Cunha e che prende il nome in onore di Santa Elena da Costantinopoli. Peraltro, Longwood House dove dimorò Napoleone e il luogo dell’isola dove inizialmente fu sepolto, Sane Valley, sono possedimenti francesi, ceduti dai Britannici nel 1858.

Il clima dell’isola risente della corrente fredda oceanica del Benguela, le zone costiere sono meno fredde e meno piovose, Sant’Elena si estende per 16 km di lunghezza e 12 di massima lunghezza per una superficie di 122 km quadrati. L’economia isolana si basa sull’agricoltura laddove la natura vulcanica del suolo lo consenta, discreto lo sviluppo di allevamento caprino e della pesca.

È qui che ha sede quella che si definisce la “Distilleria più remota del mondo” e che lamenta essere una delle poche che Claudio Riva non ha ancora avuto l’onore di visitare, ossia la St Helena Distillery.

 

 

La Distilleria utilizza alambicchi discontinui di fabbricazione tedesca e ha come manager Paul Hickingl, di origine gallese, ma di studi tedeschi e coniugato con un’isolana, Donny.

I fichi d’india furono importati nell’isola da commercianti coloniali di avorio dell’Africa Orientale intorno al 1850, attualmente tre varietà di tale pianta sono presenti in loco nella parte più arida, ma solo due sono utilizzate per la produzione dello spirito, ossia la varietà dal frutto “Inglese” o giallo e il frutto “Madeira” o grande rosso.

 

Come si produce il Tungi

La polpa del fico viene premuta per estrarne il succo e poi addizionata di acqua, segue la fermentazione del mosto, dalla filtrazione del succo si passa poi alla distillazione e all’imbottigliamento. Difatti quello che un tempo dai coloni era denominato “brandy di bush” o “whisky di fico d’India” segue la stessa ricetta dal 1850, anche se la Distilleria St Elena produce il Tungi (pronuncia Tun-gii) solo dal 2006 quando Paul e Donny introdussero l’alambicco nel seminterrato del Donny’s bar a Jamestown.

 

 

Di cosa sa il Tungi?

Al primo contatto visivo, lo spirito è chiaro, mentre al naso si presenta con un primo ricordo di medicinale e di corteccia di albero e di frutta acidula, al palato note di albicocca secca, radice di liquirizia e nuovamente frutta acida si avvertono, mentre il finale volge verso sentori frizzanti e rinfrescanti che possono avvicinarsi ad una vodka di qualità.

I locali lo bevono liscio e a temperatura fresca, si accompagna bene con pesce appena pescato dell’isola ma con un buon tonno nostrano, posto che ne prendiate una bottiglia a Sant’Elena o in qualche raro shop inglese, perchè se ne producono poche bottiglie ed è dunque un distillato raro.

 

 

Un consiglio per un cocktail, il Cocktail delle Due Barche, ingredienti:

  • 3 parti di Tungi
  • 2 parti di sciroppo di zucchero
  • Succo di ¼ di limone
  • Un pizzico di granatina

Mescolare il Tungi, lo sciroppo ed il succo di limone in uno shaker ghiacciato, agitare e filtrare in una coppa da cocktail, porre la granatina sul fondo e guarnire con una fettina di lime.

E se siete in Italia e non volete muovervi da qui? Potete provare ad esaudire il desiderio dello spirito di Fichi d’India?

In Sicilia viene realizzzata un’acquavite di fichi d’India presso la messinese distilleria Giovi, che sfrutta la diffusione copiosa della pianta nel territorio con la creazione di uno spirito realizzato con alambicchi di rame discontinui che presenta l’equilibrio tra sentori selvaggi del frutto con la mineralità e la freschezza del territorio delle pendici dell’Etna.

 

Ne assaggio un discreto bicchiere facendo risuonare nella mia mente…

 

“Ei fu. Siccome immobile,

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore

orba di tanto spiro,

così percossa, attonita

la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima

ora dell’uom fatale;

né sa quando una simile

orma di piè mortale

la sua cruenta polvere

a calpestar verrà…

(Cinque Maggio, Alessandro Manzoni).

 

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