Tre sorsi

Tre sorsi

L’esplorazione organolettica del complesso mondo del tè può migliorare l’assaggio di un dram di whisky?

 

Il mio viaggio in Cina ha ampiamente appagato la mia sete di esplorazione di una diversa cultura gastronomica, ampliando la mia conoscenza e, soprattutto, la mia palette aromatica. Rientrato a casa, ho intrapreso un affascinante percorso di approfondimento del complesso mondo del tè, potendo completare in questi giorni quello che considero essere il primo di tanti capitoli, e ricevendo conferma di quanto sia intrigante la sua esplorazione. Ne parliamo tra un bicchiere e l’altro in sede, durante il prossimo incontro Sorsi d’Oriente.

 

 

Ogni luogo del pianeta che ho visitato, ogni persona che ho conosciuto, ha condizionato – migliorandolo – il mio approccio al mondo che conosco meglio, quello del whisky e dei distillati. In Cina quando si consuma una tazza di non si usa il verbo bere, ma quello assaggiare. L’ideogramma di assaggiare, il pǐn (品), è composto da tre bocche. Può essere interpretato così: una tazza di tè si assaggia in tre sorsi. Con il primo si apprezza l’atmosfera, l’ambiente. Con il secondo se ne assapora il gusto. Con il terzo l’affetto, ovvero i sentimenti.

Durante i nostri corsi accenno sempre all’importanza dell’analisi olfattiva di un dram di whisky, diretta o per via retronasale, tutto accade li; rivelando però come un assaggio possa trasformarsi da ottimo in eccellente solo nel momento in cui saprà stimolare il nostro palato con una carezza vellutata. In un mondo in cui il naso sembra sempre dominare, il gusto e il tatto fanno la differenza.

Ho fatto tesoro del detto cinese sul pǐn ed ho pensato di applicare lo stesso approccio anche al nostro universo. Anche noi iscritti al Club non beviamo, ma assaggiamo, e questo è già un buon punto di partenza. Lew Bryson, nel suo libro Degustare il whisky dedica un capitolo intero all’importanza di educare il nostro cervello ad abbattere il muro di diffidenza verso l’importante componente alcolica di ogni dram di whisky. Da questo bisogno abbiamo definito e strutturato il nostro protocollo di assaggio, fatto di tanti piccoli gesti, di goccioline d’acqua e di infiniti passaggi, che simulano la maniacale cura che ritroviamo nella cerimonia del tè. Un atto, il nostro, che costituisce la struttura portante della didattica delle master dj primo livello, frequentate in 10 anni da oltre 12.000 amiche e amici (grazie).

 

 

Il naso raccoglie informazioni, che il nostro sistema centrale cerca di elaborare, ma – come ben sappiamo – stressato, non sempre riesce a classificare ogni singolo aroma. E allora non ci resta che “copiare ” dal nostro vicino di banco. In realtà, il palato può venire il aiuto, è una “tecnica” che, inconsapevolmente, adotto da sempre.

Il primo piccolo sorso, davvero mezzo centilitro, lo “mastico” per una ventina di secondi. Passata la vampata di calore della probabile gradazione piena, metto a fuoco la frutta e il miele (per la torba già il naso aveva detto tanto). È l’atmosfera, l’ambientamento, non voglio capire tutto ma permettere al mio dram di svilupparsi.

Il secondo sorso è quello rivelatore. La pratica è sempre la stessa: mezzo cl, me lo faccio girare in bocca per 10 secondi e poi lo mando giù. È la fase in cui comprendo al meglio il bouquet aromatico del mio dram, il mio cervello ha compreso che quel liquido aggressivo può essere piacevole, e abbassa le difese.

Infine, l’ultimo, il terzo sorso, è per il piacere. Niente lista della spesa dell’Esselunga, mela, pera, cannella, ma la ben più gratificante comprensione di intensità, complessità e armonia.

Quindi? Dopo la prima timida annusata passiamo subito a sperimentare tre piccoli sorsi. Io lo faccio sempre, e funziona. Poi torniamo serenamente al naso che, avendo acquisito maggiore consapevolezza, saprà raccontarci tutto.

 

 

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