The Spirit Milano

The Spirit Milano

Dal diario di viaggio di Claudio Riva, whisky e dintorni


Due anni dopo la sua apertura riesco a fare tappa al The Spirit Milano, in Porta Romana. Aspettative alte, non disattese. Focus sulla miscelazione con grande attenzione verso il distillato, ambiente molto elegante diviso in due sale, il posto ideale se vuoi stare tranquillo con il tuo partner. Ecco, ci sono andato con il Terziotti, povero. 😂

Scelta dei distillati non ampia ma ben variegata, dai prodotti commerciali alle riserve, i whisky vanno dal Red Label al decimo rilascio di Port Ellen, tenuto in teca manco fosse una reliquia. Incredibile la spirit list, raramente mi è capitato di avere tra le mani in Italia un “libro” così ben fatto. E non parlo del numero di pagine, o del contenuto, o del non aver trovato nomi di distilleria errati. L’organizzazione degli spiriti è magistrale, per tipologia ma mai banale, e offre la possibilità di ordinare il dram, per alcune selezioni di acquistare la bottiglia e, meraviglia, di conoscere il costo di un cocktail fatto con quel distillato. Mai più solo “che gin vuoi nel tuo gin & tonic”, ma anche la possibilità di chiedere un Rob Roy fatto con il tuo scotch preferito. Servizio 4 cl in Glencairn con possibilità del mezzo assaggio.

Nota dolente il costo dei dram, roba che farebbe scalpore anche nel cuore della city londinese, figuriamoci nella Vecchia Milano. E a fronte di assaggi con costo che può essere a tre cifre viene lecito pretendere un servizio impeccabile, un paio di micro dettagli erano migliorabili. Ma bravi, ci siamo.

Assaggiamo tre drink e un paio di imbottigliamenti anni ’90. Il glorioso Longmorn 15 anni, ero in distilleria il giorno in cui ne venne decretata la sua uscita di produzione a favore del 16 anni e l’aria che si respirava era simile a quella della presentazione della serie Fine Oak di Macallan 🙁 … Assaggiandolo a distanza di oltre 10 anni è sempre strepitoso e mi sovvengono le ragioni delle critiche. Ma il mondo evolve, continuamente. La Scozia pure, lentamente.

Poi un Laphroaig 10 anni dell’era Allied Domecq, sempre dalla fascetta un imbottigliamento circa fine anni novanta, stranamente al 40%. Questo imbottigliamento ha una vecchia etichetta “single islay malt scotch whisky” con royal warrant, quindi post 1994, e incorpora in bottiglia tutta la crisi dell’isola degli anni ’80. A memoria, di Allied single islay ho sempre assaggiato Laphy al 43%. Quasi irriconoscibile (la bottiglia era piena). Nulla a che vedere con il moderno muscoloso Laphroaig che ha tanto di tutto e finale di radice di liquirizia. Nulla a che vedere con i vecchi Laphroaig anni ’80 al 43% dominati dal cereale bruciato. Più vicino a quest’ultimo, una sensazione di dolcezza di pasticceria bruciacchiata con un finale corto e scomposto sufficientemente marino. Niente medicina, niente liquirizia. In piena crisi di identità.

Whisky Club Italia








Veloci appunti e qualche fotografia, importati da Facebook

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