Orcadi, nelle isole estreme

Orcadi, nelle isole estreme

Di seguito il diario di viaggio di Andrea e Silvia, 10 giorni in Scozia con destinazione le isole Orcadi. Tanti gli spunti per chi affronterà, nei prossimi mesi, lo stesso tragitto.

 

Giovedì 24 agosto 2023 – Si parte

Partiamo da Venezia con volo Ryanair. Per qualche insondabile motivo restiamo bloccati in pista per due ore e mezza in attesa dell’autorizzazione per il decollo. Il disappunto è grande, ma stiamo partendo per le vacanze e quindi… pazienza!

Quando arriviamo a Edimburgo andiamo di corsa a ritirare l’auto. Dobbiamo arrivare a Pitlochry, dove abbiamo prenotato il primo B&B che dista 70 miglia ed essendo ormai sera non abbiamo tempo da perdere, così ci mettiamo subito in strada.

Non è la prima volta che guido a sinistra, sono già stato in Scozia, in Irlanda e anche in Australia, ma ogni volta i primi attimi sono emozionanti. Ti sembra completamente innaturale stare sul lato sinistro della strada, cambiare marcia con la mano sinistra, mettere le frecce con la destra, percorrere le rotatorie in senso orario… Fortuna che lo stile di guida qui è molto più rispettoso di quello che normalmente si usa nel Bel Paese e non bisogna guardarsi dalle manovre azzardate degli altri automobilisti.

Quando arriviamo a Pitlochry sono ormai le nove di sera, a quest’ora è impensabile riuscire a mangiare in qualsiasi locale, così ci arrangiamo con del cibo da asporto preso in un negozio che stava chiudendo e poi andiamo a farci una birra all’Old Mill. Facciamo appena in tempo a ordinare la nostra prima pinta in terra di Scozia, di lì a poco ci avvisano che non raccolgono più ordinazioni perché stanno per chiudere.

Passeggiamo per il centro di questa graziosa cittadina con indosso il piumino, siamo passati dai 37 gradi di Venezia ai 12 delle Highlands… ci vorrà qualche giorno per abituarsi.

 

 

Venerdì 25 agosto – Verso le Orcadi

Ci svegliamo presto, siamo un’ora indietro rispetto all’Italia e questo aiuta a essere mattinieri. Dobbiamo fare 200 miglia e arrivare a Gills Bay per prendere il traghetto delle 16, anzi delle 4 PM, ma prima facciamo una bella colazione.

Dopo aver rodato il palato con un po’ di yogurt e frutti di bosco andiamo giù di brutto con uova, pancetta, salsicce, fagioli, black pudding e pomodori grigliati: tutto delizioso. Ci mettiamo in strada con la pancia piena e puntiamo a nord.

 

 

Il tempo è quello che ti aspetti in Scozia, nell’arco di poche ore puoi vedere il sole, la pioggia battente, un bel cielo azzurro cosparso di pecorelle bianche e poi la nebbia. Le strade sono comode, il traffico scorrevole, ogni tanto mi avvicino troppo al margine sinistro della carreggiata, ma ci pensa Silvia ad avvisarmi con un segnale inconfondibile: “LA CORDONATAAA!!!”

Costeggiando il Cairngorms National Park vediamo i cartelli stradali che annunciano Blair Athol, Dalwhinnie, Speyside, evocando in noi pensieri maltosi. Proseguendo verso nord questi richiami diventano sempre più frequenti, i cartelli che annunciano distillerie si susseguono uno dopo l’altro. Tomatin, Dalmore, Glenmorangie (ma quante ce ne sono?), le indicazioni del Malt Whisky Trail sono per noi come il canto delle sirene per Ulisse, ma non possiamo fermarci, il traghetto ci attende.

Superata Dornoch, dove pernotteremo al ritorno, passiamo per Brora, dove sorge la Clynelish Distillery, che visiteremo tra otto giorni tornando a casa, e iniziamo l’ultimo tratto del percorso verso nord, con la strada che corre alta sul mare. Sprazzi di sereno con nuvole bianche e grigie, ogni tanto qualche goccia di pioggia, aria frizzante e pulita, altro che il clima umido e appiccicoso dell’agosto padano!

C’è tempo per una puntatina a Wick, all’Old Pulteney Distillery. Diamo un’occhiata veloce al visitor centre e alle bottiglie in vendita. Prendo di mira un 16 years old del 2006 maturato in Bourbon e lo assaggio: porta benissimo i quasi 62 gradi e, anche se non sento la famosa nota marina del Pulteney, è cremosissimo e gustoso e si fa bere con grande soddisfazione. Sarei tentato di acquistare la bottiglia, ma la vacanza è appena iniziata e devo gestire con attenzione il mio budget di 2 litri, dopo la Brexit infatti ogni viaggiatore può riportare in Italia al massimo un litro di superalcolici.

 

 

Ripartiamo per Gills Bay e strada facendo ci fermiamo a John O’Groats, dove è stata avviata la nuova distilleria 8 Doors. In attesa che esca il suo primo single malt (ci vorrà tempo) ammiriamo l’architettura essenziale dell’edificio.

 

 

Prendiamo finalmente il traghetto e ci godiamo la traversata. Il tempo sta migliorando e così, comodamente seduti sul ponte e ben avvolti nei nostri piumini, guardiamo scorrere gli isolotti di Stroma e di Swona, lo scoglio di Switha e infine Flotta, che preannuncia l’arrivo a St. Margaret’s Hope.

Nelle scorse settimane, per prepararmi a questo viaggio ed entrare nello spirito orcadiano, ho letto “Nelle isole estreme”, di Amy Liptrot, e ora, al cospetto di questi panorami, immerso nell’aria frizzante del nord, mi tornano in mente i passaggi del libro in cui l’autrice descrive la potenza della natura, le meraviglie della fauna, il cielo infinito delle Orcadi. Sono emozionato.

Scesi dal traghetto ci dirigiamo verso Kirkwall, mandiamo un messaggio alla nostra Host mediante l’app di AirBnb e annunciamo il nostro arrivo imminente.

Ammiriamo il paesaggio attorno a noi, la verde campagna ondulata dove placidamente pascolano pecore e mucche, incuranti della pioggia e del vento. A ogni curva si aprono nuovi scorci sullo Scapa Flow e sui relitti delle navi affondate che affiorano dalla superficie. Le Churchill Barriers, costruite durante la guerra con blocchi di cemento per sbarrare il passaggio dei sottomarini tedeschi, ora sono ponti che collegano scogli e isolette: South Ronadsay, Burray, Glimps Holm, Lamb Holm e infine Mainland, l’isola principale dell’arcipelago.

Il nostro alloggio è alla periferia di Kirkwall, il capoluogo, ma vista la dimensione contenuta della cittadina, possiamo dire di essere quasi in centro, dato che è raggiungibile comodamente con una passeggiata.

La sera ceniamo all’Orkney Hotel, consigliatoci da Claudio per l’incredibile selezione di whisky e in effetti, sfogliando il menu, constatiamo che la scelta è davvero enorme! Alla fine, non riuscendo a scegliere, decido che alle Orcadi berrò solo whisky orcadiano, così ordino uno Scapa del 2005, imbottigliato nel 2019 da Gordon & MacPhail (Distillery Label): cremoso, dolce e leggermente speziato, una torta di mandorle cosparsa di zucchero a velo. Delizioso.

 

 

Sabato 26 agosto – Primo assaggio di storia e natura orcadiana

Prima giornata interamente sul suolo orcadiano. Il tempo non si preannuncia clemente, ma non temiamo le intemperie, abbiamo tutto ciò che serve: scarpe da trekking, giacche in gore-tex, copri pantaloni impermeabili utilissimi quando piove in orizzontale.

Partiamo per un primo assaggio della storia primordiale dell’isola: i menhir di Stennes. Si tratta di quattro standing stones che sorgono in un campo dove pascolano le pecore. I nostri occhi si muovono verso l’alto, per ammirare questi giganti di pietra, e verso il basso, per evitare di calpestare troppi residui organici delle tenere pecorelle. Piove, ma i nostri indumenti a prova d’acqua ci proteggono. L’unico inconveniente sono le lenti degli occhiali che si appannano. Brutta cosa il decadimento fisico dovuto all’età.

 

 

Dall’altra parte della strada, uccelli acquatici e soprattutto una famiglia di foche ci guardano curiosi.

 

 

Ci spostiamo a piedi di poche centinaia di metri e visitiamo il Barnhhouse Settlement, un villaggio neolitico dove si ritiene abitassero i costruttori di Maes Howe, uno dei due siti archeologici principali delle Orcadi che visiteremo tra qualche giorno.

 

 

Ci spostiamo infine al Cerchio di Brodgar, un ampio cerchio megalitico composto da 21 menhir. Tutto attorno una distesa meravigliosa di erica fiorita.

 

 

Andiamo quindi a fare una breve escursione lungo la scogliera sul lato occidentale di Mainland, fino allo Yesnaby Castle, un impressionante faraglione che si erge dal mare a poche decine di metri dalla costa. Questi sono i panorami che adoro: la roccia, il mare, il cielo, l’erba verdissima che cresce fin sull’orlo della scarpata e anche oltre. Nel frattempo è uscito un po’ di sole e l’aria si è scaldata. Emozioni a mille, giudicate un po’ voi dalle foto se non ho ragione.

 

 

 

Questa è un’escursione che consiglio caldamente a tutti coloro che vengono alle Orcadi: è sull’isola principale, facilmente raggiungibile da Kirkwall, non ha dislivelli né lunghezza impegnativi, è adatta a chiunque. Se le foto vi hanno ispirato e volete vedere di persona questi luoghi fantastici, questo è il punto da impostare sul navigatore della vostra auto, una volta parcheggiato dirigetevi verso sud seguendo le evidenti tracce che costeggiano la scogliera. Non potete sbagliare!

Andiamo a pranzare all’Orkney Brewery, il principale birrificio dell’isola, e così oltre a sfamarci dopo le camminate mattutine, assaggiamo le ottime birre artigianali che si producono qui. Ci facciamo portare una Dark Island e una Skull Splitter, veramente ottime!

Nel pomeriggio andiamo a passeggiare per le viuzze di Stromness, con le sue case di pietra grigia. Il borgo è molto pittoresco, con negozietti, case ben curate, vicoli che aprono scorci spettacolari sul porticciolo sottostante e sulla baia. Quando si trova uno di questi angolini panoramici è bello anche solo sedere qualche minuto ad ammirare in silenzio il paesaggio, con il solo rumore degli uccelli marini che volteggiano sopra le nostre teste.

 

Domenica 27 agosto – Storia, whisky e ancora natura

Oggi è in programma la visita della distilleria Scapa, che abbiamo prenotato per le 11.00. Per ingannare l’attesa andiamo a visitare i Bishop’s and Earl’s Palaces, che assieme alla Cattedrale di St.Magnus costituiscono i principali monumenti della città. Il Palazzo del Conte era un tempo famoso come il più notevole edificio in stile rinascimentale francese di tutta la Scozia. La visita può essere prenotata in anticipo da questa pagina dell’Historic Scotland, ma potete venire qui direttamente e fare il biglietto all’ingresso. Molto coinvolgente la storia, narrata sui pannelli posti lungo il percorso di visita, del conte Patrick Stewart, della sua ascesa e del suo declino, fino alla sua esecuzione avvenuta a Edimburgo. Il palazzo del Vescovo invece risale al XII secolo, non perdetevi la salita della torre da cui si ammira una bella vista della Cattedrale.

 

 

Terminata la visita ci dirigiamo verso la distilleria, che prende il nome dalla baia su cui si affaccia. La strada, stretta e un po’ sconnessa, passa di fronte a Scapa Beach, da cui si inizia a intravedere la nostra meta.

 

 

Fatto salvo il Gordon & MacPhail assaporato l’altro ieri sera all’Orkney Hotel, la mia conoscenza del malto di Scapa si limita allo Skiren, un daily dram dignitoso ma senza particolari sussulti, pertanto sono molto emozionato e mi approccio a questa visita come un esploratore che si addentra in un territorio sconosciuto.

La targa posta all’ingresso annuncia la proprietà del gruppo Pernod Ricard, ma l’atmosfera che si respira all’interno dell’edificio è rustica e familiare. Appena entrati si viene accolti da una serie di imbottigliamenti mozzafiato, introvabili in Italia.

 

 

Come benvenuto ci viene offerto un dram from the cask, prelevato da una botte ex Bourbon first fill, 56% ABV. Molto dolce al naso, più equilibrato in bocca con note di vaniglia, zucchero a velo, zucchero filato e leggermente speziato, con due gocce d’acqua si scopre una piacevole nota salina. Scaldata così l’atmosfera, inizia la visita.

Non mi dilungo sulla descrizione del processo produttivo e sulle caratteristiche della distilleria, sul blog trovate un approfondito e autorevole articolo di Claudio, mi limito a sottolineare la lunghezza del processo di fermentazione, che favorisce lo sviluppo di aromi straordinariamente fruttati, e l’idiosincrasia per la torba, che ha fatto si che l’acqua venga portata alla distilleria attraverso una lunga e complessa pipeline al solo scopo di evitare qualsiasi possibile contatto con il temuto materiale. Altro aspetto interessante è la maturazione, all’interno del magazzino, di botti provenienti da altre distillerie del gruppo. La nostra guida ci spiega che ciò avviene al fine di mitigare il rischio incendi, sempre presente in questi luoghi: se un magazzino dovesse subire danni da incendio, la condivisione delle botti tra più magazzini consentirà di non perdere tutta la produzione di quella distilleria. I bevitori di Chivas stiano tranquilli, la produzione del loro blend preferito è al sicuro.

Terminata la visita ci dirigiamo alla sala di degustazione, la famosa Scapa Noust. L’ambiente è veramente di impatto: il soffitto ligneo a forma di carena di nave vichinga, la pietra, il vetro, il legno, l’ampia veduta sulla baia creano un’atmosfera calda e avvolgente, preparando i visitatori all’esperienza sensoriale che li attende.

 

 

I malti in degustazione sono tutti imbottigliamenti cask strength, distillery exclusive o distillery reserve, non colorati, non filtrati a freddo e presentati all’interno di un’elegante scatola di legno con la bandiera delle Orcadi.

 

 

Assaporiamo il new make di Scapa, successivamente un 25 anni maturato in 2nd fill ex bourbon barrel e un 28 anni distillery exclusive american oak, entrambi distillati nel 1993, seguiti da un 19 anni del 2003 affinato in PX e uno sherry monstre che ha trascorso 12 interi anni in una botte first fill di Oloroso.

Tra tutti mi colpisce in particolare il 25 anni: elegantemente fruttato, speziato, con un finale lunghissimo di buccia di limone e confetto e un magnifico equilibrio tra distillato e botte. Silvia mi regala la bottiglia e io sono un uomo felice.

Terminata la visita andiamo a mangiare un panino sulla Waulkmill Bay, una bella spiaggia bianca, circondata da colline fiorite di erica, che merita di essere vista con la bassa marea, quando puoi passeggiare sulla morbida distesa che ciclicamente si trasforma da mare in terra e poi nuovamente in mare, all’infinito. L’atmosfera è davvero magica e poco importa se il cielo è perennemente grigio. Il profumo del mare, dell’erica, il canto degli uccelli marini, il fruscio della vegetazione accarezzata dal vento donano emozioni che ci accompagneranno a lungo, anche dopo la conclusione del viaggio.

Per programmare la vostra visita consiglio di consultare il bollettino delle maree, che è molto preciso e vi consente di sapere esattamente quando il livello della marea giunge al minimo, in modo da recarvi alla baia nel momento migliore. Il bollettino è consultabile a questo link.

 

 

Andiamo quindi a visitare la Cappella Italiana, una chiesetta costruita dai nostri soldati fatti prigionieri dall’esercito alleato durante la seconda guerra mondiale. I nostri connazionali chiesero ed ebbero il permesso di costruire questa cappella durante il proprio tempo libero, utilizzando materiali di risulta. Tra loro c’erano artigiani e persone con un certo senso artistico, che portarono alla realizzazione di questo tenero manufatto, carico di significato e di spirito di fratellanza. La stessa fratellanza che vide, per anni e anni dopo la fine del conflitto, i nostri ormai ex soldati tornare sul suolo delle Orcadi per incontrare nuovamente i locali, con i quali ormai si era instaurata una solida amicizia, cementata dalle difficoltà e dalla sofferenza.

 

 

Nel frattempo è uscito il sole, così andiamo a godercelo su una spiaggetta vicina, mentre i colori si intensificano con l’avanzare del pomeriggio, ammirando il cielo finalmente azzurro e gli uccelli che passeggiano come noi sulla battigia.

 

 

La sera andiamo a cenare al Ferry Inn di Stromness, un grazioso e rustico pub consigliatoci da Claudio, pieno di gente del posto e con un’atmosfera molto calda. Si mangia del buon pesce, preparato senza fronzoli ma con cura. Dietro il bancone scorgiamo una serie di invitanti imbottigliamenti di Scapa e così, finito di desinare, mi assaporo un 12 anni del 2009, Distillery Exclusive first fill american oak barrel, cremosissimo, con note di crostata, crema pasticcera, vaniglia, fudge. Col passare dei minuti il malto cambia faccia e vira sulla frutta cotta macerata nell’alcol, mele cotte con cannella e uvetta. Buonissimo. Termino così in bellezza questa giornata, all’insegna dei malti di Scapa.

 

Lunedì 28 agosto – Skara Brae, Maes Howe, Highland Park

Altra giornata dedicata alla storia e al malto. Iniziamo con la visita dei due principali siti archeologici delle Orcadi e chiudiamo con l’altra e più celebre distilleria orcadiana, Highland Park.

I siti di Skara Brae e Maes Howe sono veramente molto famosi ed è opportuno prenotare per tempo la visita, specialmente se avete poco tempo a disposizione. È possibile acquistare online il biglietto e vi consiglio caldamente di farlo, infatti nel nostro caso avevamo notato che la disponibilità di posti non era amplissima e che nelle date del nostro viaggio molte opzioni risultavano già occupate. Il sito di Historic Scotland è il vostro punto di riferimento, potete prenotare qui la visita di Skara Brae e a quest’altro indirizzo quella di Maes Howe.

Skara Brae è più antico di Stonehenge e delle piramidi di Giza. Situato in posizione idilliaca nei pressi di una baia sabbiosa, è il villaggio preistorico meglio conservato dell’Europa settentrionale. A breve distanza dal villaggio neolitico sorge la Skail House, una residenza vescovile del XVII secolo ottimamente conservata, con splendidi interni e arredi originali. Pare che ospiti anche numerosi fantasmi, nella migliore tradizione dei manieri scozzesi. Con lo stesso biglietto è possibile visitare entrambe le attrazioni e vi consiglio caldamente di farlo: seppure molto diverse tra loro entrambe meritano una visita.

Il tempo è nuovamente grigio, un vento leggero trasporta una pioggerellina delicata che non disturba più di tanto la nostra visita.

 

 

Sul libro dei visitatori appoggiato su questo tavolino si può osservare la firma di Sua Maestà la Regina Elisabetta II, che visitò la casa assieme alla Regina Madre nel 1983.

 

 

A mezzogiorno inizia la visita di Maes Howe. In questo caso non è possibile recarsi direttamente al sito archeologico, ma è necessario presentarsi al visitor centre e da qui partecipare a una visita guidata. Un bus dell’organizzazione ci porta in una decina di minuti alla nostra destinazione assieme a una guida che ci accompagnerà nella visita, descrivendoci la storia del luogo, i misteri, le diverse popolazioni che sono passate di qui.

Si tratta fondamentalmente di una grande tomba a tumulo, costruita circa 5000 anni fa con enormi blocchi di arenaria, alcuni dei quali pesano diverse tonnellate. Il percorso di accesso è angusto e bisogna piegarsi sulle ginocchia per non battere la testa. Non si hanno molte notizie su chi fossero i costruttori di questo luogo, del perché sia stato edificato proprio qui e di quale fosse la sua funzione originaria. Si sa che nel XII secolo la tomba fu violata dai vichinghi, come testimoniano le numerose iscrizioni runiche sulle pareti. Come avviene in molti luoghi dell’antichità, ci sono delle affascinanti correlazioni astronomiche e così a Maes Howe nel giorno del solstizio d’inverno i raggi solari attraversano lo stretto corridoio e illuminano la camera funeraria. Tutto questo ovviamente quando si ha la fortuna di avere una bella giornata e il sole non è oscurato dalle nubi! Poiché non tutti hanno la fortuna di poter venire il 21 dicembre alle Orcadi, una webcam è stata posizionata sul sito e trasmette le immagini della camera funeraria sul web. Il prossimo solstizio provate a collegarvi a questo sito, magari avrete la fortuna di assistere al raro fenomeno.

Per chi vuole approfondire la storia di Maes Howe, il significato delle incisioni norrene sulle pietre millenarie, la tecnica costruttiva, le antiche leggende nordiche e vedere come la luce illumina l’interno della tomba durante il solstizio invernale, consiglio la visione di questo interessante e ben fatto video.

Purtroppo l’interno non può essere fotografato, quindi posso condividere con voi solo immagini catturate dall’esterno, che sono comunque suggestive.

 

 

Terminata la visita di questo luogo affascinante ci dirigiamo verso la prossima meta, Highland Park, una delle distillerie più antiche di Scozia, fondata nel 1798, e fino a pochissimo tempo fa la più settentrionale delle distillerie scozzesi. Il nome potrebbe far pensare a un legame con la regione delle Highlands, in realtà pare che l’origine del termine sia dovuta al nome della collina su cui sorge la costruzione: High Park.

La visita è molto interessante, qui sotto potete vedere alcune foto, in particolare del pavimento di maltazione, del kiln, dei tini di fermentazione, degli alambicchi e del magazzino.

Per la degustazione, dopo un aperitivo a base di HP Sigurd, ci vengono proposti due malti della serie Valhalla Collection: il Thor (oleoso, leggermente torbato, con note di cioccolato, erbe aromatiche, liquirizia) e il Freya (torba delicatissima, molto fruttato, con note di mango, ananas, menta e limone nel finale). Seguono due diciassettenni: The Light (crema pasticcera, torta paradiso, torba appena percettibile, sul finale una nota salina molto piacevole) e The Dark (molto sherroso, forse un po’ troppo, con note di uvetta, frutta macerata, cioccolato e qualche accenno di libri antichi). Fuori programma un malto distillery exclusive, 13yo single cask refill butt: probabilmente sono ubriaco e i miei recettori sono andati a farsi benedire, ma avverto al naso note iniziali di spezie orientali, curry, aglio e aromi di vecchi libri che solitamente sento in malti molto più maturi. Le stesse note poi si presentano anche in bocca, dove gli oltre 64 gradi sono ottimamente gestiti. Nel tempo cambia e diventa cremoso con note di torta sacher. Molto, molto particolare. Ho comprato la bottiglia.

Al termine della degustazione me ne torno a casa a piedi, meglio non guidare in queste condizioni. Silvia mi aspetta pazientemente per la cena.

 

 

Martedì 29 agosto – Il Vecchio Uomo di Hoy

Oggi è in programma la visita di un’altra isola, Hoy, poco distante da Mainland dove facciamo base. Hoy è la seconda isola più grande dell’arcipelago, famosa soprattutto per l’Old Man of Hoy, un faraglione alto 137 metri che si erge dall’oceano di fronte a una scogliera e costituisce la nostra meta giornaliera. Il tempo oggi è davvero inclemente, piove fin dal primo mattino e le previsioni non promettono nulla di buono. Fortunatamente siamo bene equipaggiati e non temiamo le intemperie, anche se un po’ di sole sarebbe stato gradito, se non altro per poter scattare foto più luminose e accattivanti.

Per arrivare a Hoy bisogna prendere un traghetto. Gli spostamenti da un’isola all’altra non sono complessi, è sufficiente organizzarsi per tempo ed evitare di prenotare il passaggio all’ultimo momento, soprattutto se, come noi, si viaggia con l’auto. La compagnia che gestisce tutte le tratte tra le isole è la Orkney Ferries e su questa pagina è possibile consultare per ogni tratta gli orari e le tariffe.

Prendiamo il traghetto che parte da Houton alle 10:00 e arriva a Lyness alle 10:35. Da qui, in una mezz’oretta di auto arriviamo a Rackwick, punto di partenza della nostra escursione. Il percorso misura in tutto circa 10 chilometri tra andata e ritorno e ha un dislivello di soli 200 metri, non presenta difficoltà tecniche ed è adatto a tutti. Ovviamente il meteo può influire e rendere la camminata più faticosa o più agevole a seconda dei casi. Necessario comunque calzare buone scarpe da trekking e disporre di abbigliamento impermeabile. Suggerisco anche un repellente per gli insetti, nel caso dovessero palesarsi i fastidiosissimi midges.

Vi lascio questo link, dove potete vedere il percorso completo, le distanze, il dislivello e dove potete scaricare la traccia per seguirla sul vostro dispositivo GPS.

Vi svelo un altro trucchetto: il sito www.walkhighlands.co.uk contiene una quantità incredibile di escursioni che si possono fare nelle Highlands scozzesi. Per ogni escursione sono disponibili descrizione, foto, recensioni di altri utenti, profilo altimetro e tracciato GPS. Inoltre, registrandosi e scaricando l’ottima app, è possibile memorizzare sul proprio smartphone tutte le informazioni in modo da poterne usufruire anche in assenza di campo, un’ottima e prudente soluzione per chi si avventura in regioni lontane e non conosce la zona.

Il tempo, come già detto, oggi è davvero inclemente, camminiamo per tre ore sotto la pioggia incessante. Fortunatamente il nostro equipaggiamento è completamente impermeabile, ma anche traspirante, e così non soffriamo particolarmente per le condizioni avverse. Quando arriviamo alla nostra meta lo spettacolo è grandioso: davanti a noi si estende l’oceano Atlantico, nessun’altra terra di fronte a noi per 3300 chilometri, fino alla penisola del Labrador in Canada, e l’Old Man è lì, impavido, battuto dalle tempeste, immobile da secoli. Il vento, la pioggia, il cielo plumbeo, il mare agitato contribuiscono a creare un’atmosfera cupa e forse ancor più grandiosa di quanto potessimo desiderare. Be’, forse non è proprio così, ma tant’è, dobbiamo farcela piacere per forza 😉. Sapete cosa vi dico? Guardate le foto qui sotto e ditemi cosa ne pensate.

 

 

La sera, tornati a casa felici e appagati, dopo una doccia calda e una meritata cena, andiamo a dissetarci all’Orkney Hotel, dove mi concedo un Highland Park 25yo OB 45,7%, pieno di cioccolato e arancia candita sia al naso che al palato, legati assieme da una torba molto leggera che accompagna il tutto. Con il passare dei minuti il malto si evolve e spunta una deliziosa nota fruttata di lamponi. Mentre assaporo questo nettare penso che non sempre è necessario il grado pieno per inebriare i nostri sensi e così, con questo pensiero filosofico, chiudiamo anche questa quinta giornata orcadiana.

 

Mercoledì 30 agosto – Marwick Head, Brough of Birsay e Broch of Gurness

Anche oggi dedichiamo la giornata a una delle attività che in assoluto amiamo di più: camminare in mezzo alla natura. Anzitutto una bella notizia: il tempo sembra in miglioramento, qualche squarcio di sereno conquista il cielo sopra le nostre teste e il sole fa capolino di tanto in tanto, scaldando piacevolmente l’aria.

Ci dirigiamo in auto verso Marwick Bay e lungo la strada ci fermiamo per immortalare un bell’arcobaleno.

 

 

Giunti a Marwick Bay parcheggiamo, da qui parte il nostro sentiero che si inerpica verso Marwick Head, uno spettacolare promontorio con vista su chilometri di scogliere a picco sull’oceano. Mentre ci incamminiamo lo sguardo spazia sulla baia, piena di uccelli marini, sulla costa battuta dal vento e un secondo arcobaleno squarcia improvvisamente il cielo lasciandoci a bocca aperta.

 

 

Giunti sulla sommità del promontorio, il sentiero prosegue costeggiando il ciglio della scogliera e regalandoci una vista mozzafiato sulle rocce strapiombanti popolate da colonie di uccelli.

 

 

Una moltitudine di simpatici conigli selvatici abita i prati quassù, sono molto timidi e scappano al nostro arrivo, ma riusciamo comunque a catturarne qualcuno con l’obiettivo.

 

 

Le scogliere sono dominate dalla torre quadrata del Kitchener Memorial, un monumento in ricordo di Lord Kitchener e della sua nave HMS Hampshire, affondata nel 1916 con oltre 600 marinai a bordo a causa di una mina tedesca. Solo 12 persone si salvarono.

Come per l’escursione di ieri, vi lascio il link con i dati tecnici che ho tracciato con il mio smartphone e il link al sito di walkinghighlands con una descrizione più approfondita.

Dopo aver mangiato un panino ci dirigiamo verso nord per un’altra facile escursione. La nostra meta è il Brough of Birsay, un isolotto che può essere raggiunto a piedi durante la bassa marea. Vi si trovano le rovine di un insediamento vichingo, la St. Peter’s Church del XII secolo e un faro sulla scogliera. I panorami sono molto belli e l’itinerario è semplicissimo, unica pecca è l’affluenza turistica che, a causa della particolarità del sentiero che si svela solo quando la marea scende ai minimi, è abbastanza fitta.

Come già vi avevo scritto per la Waulkmill Bay, per organizzare questa semplice passeggiata e cogliere l’attimo fuggente in cui l’isola diventa una penisola è opportuno consultare il bollettino delle maree a questo link. Prima di mostrarvi alcune foto vi lascio il link con mappa e dettagli della nostra escursione.

 

 

Da queste parti, nei pressi della baia di Skiba Geo si trovava il Whalebone, una costola di balena conficcata nel terreno e sormontata da un pezzo di cranio del cetaceo. Ne parla anche Amy Liptrot nel suo libro “Nelle isole estreme”: pare che siano stati gli abitanti del posto ad aver eretto questa singolare scultura oltre un secolo fa, dopo aver usato le altre parti di una balena spiaggiata. Segnalo che attualmente l’oggetto non è più al suo posto, io e Silvia lo abbiamo cercato a lungo ma inutilmente, anche basandoci sulle indicazioni di altri viaggiatori su Google Maps. Temo che le intemperie lo abbiano fatto crollare.

Ci spostiamo quindi verso Evie, sulla costa nord orientale di Mainland, proprio di fronte all’isola di Rousay, dove si trova il Broch of Gurness. I broch sono costruzioni tipiche dell’età del ferro, molto diffuse nelle Highlands e nelle Orcadi, solitamente costituite da una torre centrale circondata da una o più cerchie di mura. Probabilmente la funzione era sia di abitazione, ma anche di difesa come testimonia la solida tecnica costruttiva. Quello di Gurness è molto ben conservato e sorge in un’area molto panoramica.

 

 

Giovedì 31 agosto – Westray

Giornata dedicata all’esplorazione di Westray, forse la più bella delle isole settentrionali, una distesa di campagne ondulate, spiagge sabbiose e magnifici sentieri.

Anche oggi la giornata inizia nel migliore dei modi, il cielo è sereno e il mare è calmo. Ci imbarchiamo sul primo traghetto disponibile, che parte da Kirkwall alle 7:20, e ci godiamo la traversata. Sbarchiamo a Rapness, nella parte meridionale dell’isola, alle 8:45. La nostra meta è Noup Head, una penisola posta sull’estremità nord occidentale di Westay, che raggiungeremo percorrendo un itinerario ad anello di circa 7 chilometri. Qui la nostra traccia e qui la descrizione del sito walkinghighlands.

Se la caratteristica delle Orcadi è di essere “isole estreme”, una volta sbarcati a Westray vi sembrerà di essere giunti ai confini del mondo. Pensate che qui tutti salutano tutti e ce ne accorgiamo subito mentre percorriamo la strada verso il nord dell’isola: non solo gli automobilisti che incrociamo sollevano la mano in segno di saluto, ma lo fanno anche i ciclisti e la gente a piedi. Ci pensate? I pedoni salutano gli automobilisti. Incredibile. Nelle nostre città claustrofobiche quando ciò avviene è perché qualcuno ti mostra il dito medio.

Raggiunto il punto di partenza della nostra escursione lasciamo l’auto in un minuscolo parcheggio a bordo strada. C’è posto per massimo tre auto, ma la nostra è l’unica, non è certamente un percorso affollato.

Il sentiero inizia a scendere verso il mare, pecore qui e là pascolano placide e timidamente si allontanano al nostro arrivo. L’atmosfera è meravigliosamente rilassante, attorno a noi soltanto natura. Gli unici rumori sono il soffiare del vento, il canto degli uccelli marini, il ruggito delle onde che si infrangono sulla scogliera. Giunti sulla linea di costa il sentiero svolta verso nord e inizia a seguire la linea frastagliata a picco sul mare.

 

 

Arrivati al faro iniziamo la via del ritorno, che segue il tracciato di una strada sterrata, dove incontriamo una runner, poco dopo un paio di escursionisti a piedi e infine due ciclisti, che affollamento! A parte gli scherzi, con tutti scambiamo un saluto discreto e poi ognuno per la sua strada. Silenzio, pace, natura, panorami sconfinati.

Tornati all’auto andiamo a visitare il Noltland Castle, un maniero edificato nel XVI secolo da Gilbert Balfour, un personaggio piuttosto vivace, che avrebbe cospirato per assassinare il cardinale Beaton e successivamente, dopo essere stato esiliato, anche il re di Svezia. Forse anche per questo il castello è pieno di feritoie, al buon Gilbert non mancavano i nemici da cui difendersi.

 

 

Tornati a Rapness ci imbarchiamo per tornare a Mainland e ci godiamo il sole tiepido del pomeriggio che manda riflessi dorati sul mare. Questo è l’ultimo tramonto orcadiano, da domani iniziamo il rientro.

 

 

Venerdì 1 settembre – Inizia il ritorno

A una settimana esatta dal nostro sbarco sul suolo Orcadiano ormai ci sentiamo di casa ed è con un un po’ di nostalgia che ci apprestiamo a tornare in Italia. Per fortuna c’è ancora il viaggio in auto fino a Edimburgo, che suddivideremo in due giorni, e ancora tante esperienze (anche maltose!) ed emozioni da provare prima che il viaggio sia finito del tutto.

Dopo aver sistemato il nostro alloggio e fatto la valigia salutiamo la nostra host e la ringraziamo per l’ospitalità. Dopodiché ci dirigiamo con la nostra auto verso St. Margaret’s Hope dove ci imbarchiamo sul traghetto Pentland Ferries. Partiamo alle 10:30 e dopo poco più di un’ora di navigazione sbarchiamo a Gills Bay. Se è vero che le Orcadi sono isole estreme, come le definisce Amy Liptrot, anche le Highlands non scherzano: per molti chilometri la nostra strada ha un’unica corsia di marcia e quando si incontra un’auto che proviene in senso opposto è necessario che uno dei due mezzi si fermi in una delle apposite piazzole e ceda il passo. Fortuna che qui in Scozia, come ho già scritto, c’è molto rispetto per gli altri. Non oso pensare a cosa potrebbe succedere in Italia in una situazione simile.

Guidiamo per un’ottantina di miglia fino a Dornoch, ma poco prima di arrivare a destinazione ci fermiamo per una sosta alla Clynelish distillery, dalle linee architettoniche audaci e dinamiche.

 

 

Silvia riceve una telefonata di lavoro e mentre parla con il cliente incrocia involontariamente lo Striding Man, l’uomo che avanza con passo sicuro verso il futuro, simbolo di Johnnie Walker, che sembra quasi salutarla togliendosi il cappello. È una scenetta che mi diverte e decido di immortalarla

 

 

Finiti i convenevoli entriamo nella struttura. Non partecipiamo a una visita della distilleria, ma avanziamo con passo sicuro (😉) verso il bar, dove ci accomodiamo per mangiare qualcosa. Ormai è ora di pranzo e abbiamo un certo languorino.

 

 

Ordino anche un dram di Clynelish Distillery Exclusive batch 2 (2023) 48%, un malto senza dichiarazione di età, dolce, con sentori di miele, limone candito, pandoro e l’inconfondibile cera marchio di fabbrica della distilleria. Con qualche goccia d’acqua la nota cerosa si espande, assieme a una componente fruttata che si percepisce più al palato che non al naso, oltre a note speziate e di mandorla. Un gran bel whisky. Dopo aver pranzato andiamo a fare un giro per lo shop e ci assicuriamo una bottiglia del NAS degustato poco prima. Con questo Clynelish ci portiamo a casa due bottiglie da 70 cl e una da 50 cl, totale 1,9 litri, entro il limite consentito per l’ingresso nella UE di due persone.

Ci rimettiamo in marcia e, arrivati a Dornoch, andiamo a prendere possesso del nostro alloggio per questa notte. I proprietari del B&B, saputo che abbiamo trascorso una settimana alle Orcadi, ci guardano sorpresi e ridendo commentano che alle Orcadi ci sono solo prati e pecore. Ma senti da che pulpito! Parlano quelli che vivono nelle Highlands scozzesi, dove rispetto alle Orcadi c’è solo qualche castello in più 😉.

Il tempo è ideale per una passeggiata, così decidiamo di fare un giro per questa graziosa cittadina, nota anche per un celebre golf club, il Royal Dornoch.

La storia di questo glorioso club è affascinante ed è interessante anche il fatto che sorga su un terreno pubblico che il conte di Sutherland diede in concessione nel 1875 a John Blair, un imprenditore scozzese che voleva realizzare un campo da golf di livello mondiale. La concessione fu data a condizione che Blair ne curasse la manutenzione e lo sviluppo e che consentisse l’accesso a tutti anche per attività diverse dal golf. L’area sorge proprio in riva all’oceano ed è percorsa da una rete di sentieri che è piacevolissimo percorrere. Basta fare attenzione a non essere colpiti da una pallina vagante, ma solitamente i giocatori che calcano il green sono abbastanza solerti ad avvisare chi dovesse trovarsi lungo la traiettoria!

Mentre ci avviciniamo all’area scorgiamo dei tizi in divisa da golf che si immortalano sotto l’insegna del club. Ah la tradizione…

 

 

Passeggiamo così tra il campo da golf e l’oceano, sospesi tra il verde, l’azzurro e il grigio della battigia umida su cui “pascolano” gli uccelli marini.

 

 

La sera andiamo al Dornoch Castle, dove i fratelli Thompson hanno in gestione l’omonimo ristorante e un fantastico whisky bar con una gran selezione di malti tra cui ovviamente tutti i loro imbottigliamenti.

Essendo nel tempio dei Thomson Bros. e a due passi da Clynelish mi oriento verso quest’ultima distilleria, cercando un malto imbottigliato dai fratelli di Glasgow e alla fine la mia scelta cade su un Sutherland 24yo distillato nel 1996 con 47,2% ABV. Sutherland è il nome della contea in cui ci troviamo ed è il nome dato ai Clynelish quando l’imbottigliatore non ottiene il permesso di citare il nome della distilleria in etichetta. Portando il bicchiere al naso e poi al palato riconosco la firma inconfondibile di Clynelish: a note olfattive di cera, crema al limone, vecchi mobili, tè e camomilla, unite a un tocco di vaniglia, segue un palato meno dolce, ma comunque cremoso, morbido e minerale. Molto buono!

 

 

Sabato 2 settembre

Ultimo giorno in terra di Scozia: sveglia, colazione e preparazione dei bagagli. Avvolgiamo con cura le nostre preziose bottiglie di whisky in modo che non corrano rischi durante il volo e soprattutto nelle travagliate operazioni di imbarco e sbarco.

Ci aspetta una tappa abbastanza lunga, da Dornoch a Edimburgo ci sono 200 miglia, ma abbiamo tempo, il volo infatti decolla alle 18:20. Visto che la giornata è ancora lunga, ho pensato di fare una visita alla sede di Edimburgo della Scotch Malt Whisky Society, di cui sono membro da un paio di anni. Purtroppo The Vaults, la sede storica della SMWS, è in ristrutturazione e non è possibile accedere alle sale più caratteristiche, pertanto optiamo per la seconda sede della Society, quella di Queen Street, altrettanto affascinante per location, storia e atmosfera.

Percorriamo i 200 miglia ammirando i panorami e vedendo scorrere a ritroso le stesse distillerie che già avevamo visto, emozionati, durante il viaggio di andata. Man mano che ci avviciniamo a Edimburgo ci imbattiamo in qualche rallentamento, ma arriviamo perfettamente in orario a Queen Street, troviamo un parcheggio comodissimo (e carissimo) ed entriamo nella sede della Society.

 

 

L’interno è composto da diversi ambienti dislocati su più piani: il negozio, le sale di degustazione, il bar, il ristorante, gli uffici della SMWS. L’atmosfera è quella che ti aspetti, calda, con molto legno, divani e poltrone in pelle e velluto, tappeti, caminetti, ma soprattutto bottiglie ovunque: all’interno di armadietti chiusi a chiave, su ripiani di legno o di vetro, sulle mensole dei caminetti. In quarant’anni di esistenza questa associazione ha imbottigliato migliaia di malti diversi e sembra che siano tutti qui, attorno a noi!

 

 

Visto che è anche ora di pranzo, andiamo ad accomodarci a un tavolo e ordiniamo da mangiare, ma soprattutto da bere!

Per chi non lo sapesse, la SMWS non dichiara apertamente il nome della distilleria da cui ha ottenuto i propri whisky. Questo perché il loro assunto di base è che ogni botte è una storia a sé e non conta tanto il nome della distilleria, quanto la qualità di quella specifica botte da cui quell’imbottigliamento è stato ottenuto. Un single cask è quindi un prodotto unico, irripetibile, spesso molto diverso da altri malti della stessa distilleria. Quindi, per non farci fuorviare (come spesso in effetti facciamo) dal blasone della distilleria, la Society non la riporta in etichetta. Questo non significa che la distilleria sia totalmente segreta: a ogni imbottigliamento è assegnato un codice da cui si può risalire alla distilleria. L’etichetta inoltre è ricchissima di informazioni e riporta la data esatta di distillazione, l’età, il tipo di botte (o di botti) in cui il whisky è maturato, il profilo aromatico identificato attraverso una scala di colori, delle brevi ma utili tasting notes e, soprattutto, un nome. Questo nome, univoco per ogni singolo imbottigliamento, viene assegnato dal tasting panel, ossia dal team di esperti che viene consultato per decidere quando il contenuto di una botte è pronto per essere messo in vetro. Gli imbottigliamenti che ho in degustazione io, per esempio, si chiamano “Semifreddo al torrone e amaretti” (esatto, in italiano!), “Black forest burnt toast” e “Smoky duck prosciutto” e dal colore della capsula si capisce che appartengono rispettivamente ai seguenti profili aromatici: “Juicy oak and vanilla”, “Deep rich and dried fruits” e “Lightly peated”.

 

 

Il primo effettivamente rispecchia il proprio nome: cremosissimo, con note di crema pasticcera, marzapane, torrone, leggermente speziato. In abbinata con l’haggis che sto mangiando esplode una fantastica nota mentolata! Il secondo scopre note più calde e goduriose di uvetta, vaniglia, menta, prugne secche macerate nell’alcol e succo di limone, crostata con marmellata di arance bruciacchiata. Veramente goloso. Il terzo infine, leggermente torbato, marino e con un accenno medicinale, ha un livello alcolico che mette a dura prova il palato (62,7% ABV!), la nota affumicata esce dopo un po’ ed è molto piacevole, leggera e di accompagnamento. Con acqua diventa più dolce e vanigliato e aumentando ancora l’acqua spunta una nota di liquirizia.

A dispetto del pippone che vi ho fatto sulla irrilevanza della distilleria, sono troppo curioso e vado a decifrare il codice dei tre whisky, scoprendo che ho tra le mani un Glen Elgin, un Miltonduff e un Highland Park.

Felici di aver fatto anche questa esperienza, andiamo a riprendere la nostra auto e ci dirigiamo mesti mesti verso l’aeroporto. Non vorremmo proprio tornare in Italia, ma è d’uopo. Le Orcadi hanno lasciato il segno nel nostro cuore e mentre svolgiamo le noiosissime pratiche di riconsegna dell’auto, dell’imbarco dei bagagli e ci accingiamo ancora a una lunga attesa (altre due ore e mezza di ritardo del volo, mai più Ryan Air!), davanti ai nostri occhi continuano a sfilare le immagini di vertiginose scogliere, distese verdeggianti punteggiate di pecore bianche, cielo sconfinato a volte azzurro e dorato a volte plumbeo e tempestoso che ci hanno accompagnato in questi dieci fantastici giorni.

 

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