Servirà un Presidio per difendere lo Scotch Whisky? /2

Servirà un Presidio per difendere lo Scotch Whisky? /2

Fonte Laphroaig.it


Proseguiamo l’analisi sul presente e sul futuro dell’industria del whisky.
Leggi l’ articolo precedente.


Abbiamo visto come l’industria dello Scotch Whisky sia nelle mani di un paio di grandi multinazionali.
Abbiamo visto come, nel caso del formaggio Bitto, la continua concentrazione delle aziende abbia portato all’inspiegabile abbandono delle metodologie tradizionali di produzione.
Può accadere qualcosa di simile anche per lo Scotch Whisky?

Diamo uno sguardo al passato. Il mondo delle distillerie di Whisky è sempre stato un po’ tormentato.
Lotte tra distillerie vicine per lo sfruttamento delle risorse idriche, faide famigliari per il controllo delle società e momenti euforici di boom seguiti da anni di chiusura ed inattività per eccesso di scorte a magazzino.
Ma la tradizione del whisky Scozzese è sempre stata al di sopra di tutto, ed è interessante osservare come lo Scotch Whisky sia stato regolamentato solo recemente con
lo Scotch Whisky Act 1988, una legge del Parlamento del Regno Unito emanata il 28 giugno 1988, durante il regno della regina Elisabetta II.

Oggi – grazie allo Scotch Whisky Act 1988 ed al successivo The Scotch Whisky Order 1990 – lo Scotch Whisky è definito dalla legislazione britannica, e protetto a livello dell’Unione europea (UE) e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) come Indicazione Geografica Tipica (IGT).
Tale protezione giuridica è di vitale importanza, protegge lo Scotch Whisky da falsificazioni ed assicura alta qualità ed integrità.
Mentre è possibile produrre whisky (distillato di cereali) in tutto il mondo, lo Scotch Whisky può essere prodotto solo in Scozia e con un disciplinare chiaro.
Vedi la definizione di Scotch Whisky.

Le classificazioni dello Scotch Whisky sono invece definite dalla già citata Scotch Whisky Association (SWA, www.scotch-whisky.org.uk), associazione praticamente controllata dalle due multinazionali Diageo e Pernod-Ricard.
Ed è qui che si sono verificati un po’ di problemi.


La vicenza conosciuta a tutti gli appassionati riguarda Diageo e la sua distilleria Cardhu.
Ricordiamo che per poter chiamare uno Scotch come Single Malt è necessario che il whisky arrivi totalmente da una distilleria e che un whisky possa avere il nome di una distilleria esclusivamente se è un single malt proveniente da quella distilleria.
Cardhu è una bella distilleria nello Speyside, famosa per il suo whisky mieloso e per ospitare la casa del celebre blended Johnnie Walker (di cui Cardhu fornisce un contributo determinante).
Nel 2002, complici i continui record di vendita in Spagna ed in Francia – dove era diventata una bevanda molto in voga tra i giovani – Diageo si è trovata ad affrontare una mancanza di disponibilità del single malt Cardhu ed ha deciso di “ridefinire” a suo vantaggio la terminologia di whisky.
Infatti, in tutta solitudine, Diageo nel 2003 decise di cambiare il nome della distilleria in Cardow (il vecchio nome) e di rivendere il Cardhu come “Pure Malt”, una definizione controversa che consentiva di utilizzare malti provenienti anche da altre distillerie e quindi di incrementare la quantità di prodotto con quel marchio, non curandosi del fatto che il whisky era diverso.
Per complicare il fatto, Diageo decise di rilasciare il nuovo prodotto con praticamente la stessa bottiglia, scatola ed etichetta del precedente Single Malt.
Solo la scritta Single si era trasformata in Pure, cosa che sicuramente traeva in inganno il consumatore.

Gli altri soci della SWA hanno ovviamente protestato ma Diageo, complice il forte peso esercitato nell’associazione, ha deciso di continuare nel suo progetto.
La SWA dopo aver approvato la conversione di nome proposta da Diageo, è finita in una situazione di stallo e, con un assordante silenzio, non ha saputo risolvere la situazione.
Solo nel Marzo 2004, dopo una sensibilizzazione del mercato dei consumatori ed una successiva repentina diminuzione delle vendite del Pure Malt Cardhu, Diageo si è vista costretta a rivedere le sue decisioni ed a ritornare nel 2005 al vecchio Cardhu Single Malt.

Questa spiacevole situazione ha avuto come conseguenza positiva la ridefinizione delle tipologie di Scotch Whisky, la scomparsa di parole come Pure Malt o Vatted Malt e l’introduzione del termine Blended Malt per la definizione di tutti i whisky ottenuti dalla miscelazione di due o più Single Malt.
Questo termine non ha trovato inizialmente tutti d’accordo. L’utilizzo della parola blended portava alla mente del consumatore il più conosciuto blended whisky, che è invece un mix molto più economico di whisky di malto e di whisky di grano.

Per completezza, alleghiamo alcuni documenti ufficiali rilasciati da Diageo (e non da fonti critiche o di concorrenti) in riguardo a questa controversia:
17/11/2003 So is CARDHU PURE MALT a threat to Scotch Whisky? [PDF]
04/12/2003 Scotch Whisky Association approves Diageo proposals on Cardhu Pure Malt whisky [PDF]
04/12/2003 SWA reaches agreement over CARDHU [PDF]
09/03/2004 Diageo to return to CARDHU Single Malt [PDF]

Da questi documenti si intuisce come Diageo abbia voluto giustificare questa sua mossa perchè – essendo che muove grandi numeri ed impiega 3300 persone – deve necessariamente essere dal parte del giusto.

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