Messico e nuvole, appunti di viaggio

Messico e nuvole, appunti di viaggio

Noi appassionati e cultori di storia della distillazione siamo sempre affascinati dal cosa c’è dietro un bicchiere e soprattutto perché c’è, esiste, un bicchiere con un liquido alcolico all’interno, magari vivo nella cultura di un popolo.

Ci piace soffermarci sugli aneddoti, sulla storia, sul perché appunto in quella Cultura una bevanda alcolica fermentata e spesso distillata sia al centro degli usi e dei costumi delle genti.

Ed ecco alcuni appunti di viaggio sulla cultura messicana del bere e soprattutto del resto.

 

Storia, piccoli cenni

Torno dal Messico da poco, in particolare dallo Yucatàn, fate attenzione all’accento, in cui tutto vi parla della storia dei Maya. Si anche nelle zone più frequentate dagli yanquis, gli americani vituperati ma poi attratti ben volentieri da quelle parti, perché vengono ad erogare generosamente i dollari, così presenti nella necessità nazionale, ma fate attenzione che il simbolo del peso messicano, pur quasi simile a quello del dollaro statunitense, è stato imitato dagli Yanquis.

Possibile individuare a Playa del Carmen, nella capitale dello Stato Mèrida, o addirittura nella zona di Cancùn, tracce della notevole cultura maya? Bien sur.

Quando arrivano gli Spagnoli a Mèxico-Tenochtitlan, nel periodo 1519/1521, la conquista dell’impero azteco avviene rapidamente, a causa dell’abilità strategica di Hernàn Cortès, della sua spregiudicatezza brutale e probabilmente del fatto che i tempi erano maturi per la caduta di questo grande impero, che si era sviluppato dal 1300 dc al 1500 dC e che, a partire dal 1430, aveva esteso il proprio dominio su tutta la Mesoamerica e le civiltà preesistenti. Proprio il sobillare le popolazioni sottomesse dagli Aztechi contro di questi fu una delle abilità di Cortès, che veniva visto con i suoi conquistadores l’affrancatore della loro schiavitù.

Di fatto il 13 agosto del 1521 cade Tenochtitlan, dopo varie vicende di lotta azteca contro gli Spagnoli, che pure avevano circuito anche Montezuma, imperatore azteco, e dire che l’imperatore prima di ricevere gli spagnoli nel novembre del 1519 aveva ricevuto vari presagi funesti: una cometa apparsa in pieno giorno, una colonna di fuoco apparve di giorno, una donna anziana improvvisamente intonò un canto funebre così potente da udirsi in tutta la città, un uccello fu catturato e dai suoi occhi l’imperatore vide uomini armati avanzare bellicosi, ed altro ancora.

 

 

Tenochtitlan era bellissima, “un sogno”, la definì Bernal Diaz del Castillo, popolata da 300.000 persone, più di Londra e Parigi di allora.

Quando, in particolare, arrivano gli Spagnoli nello Yucatàn l’impero Maya è già disfatto. I Barbudos arrivano durante il periodo postclassico maya, dopo la caduta  di Mayapan nel 1480 e alla successiva frammentazione della penisola yucateca in 16 minuscoli piccoli stati, tutti con a capo un locale governatore e tutti in guerra tra loro.

Il vecchio e crudele Hernàn ebbe facile gioco nel circuire uno dei governatori maya e a far convincere gli altri da questi che dovevano abbandonare la fede politeistica, distruggere le statue e le immagini dei loro dei e abbracciare con fiducia la fede cattolica. Fondamentale nella conquista di questi territori, la Malinche, una ragazza maya fatta prigioniera presso la splendida Isla de las Mujeres. Una donna di straordinaria intelligenza che finì per innamorarsi di Hernàn, a cui diede un figlio Martìn Cortes, che fu battezzata come Marina e che fu la sua guida linguistica e probabilmente strategica per devastare i maya e gli aztechi, dei cui idiomi e usi era assolutamente padrona.

In queste storie di sangue, tradimenti e passioni, ci fu anche la gloriosa storia di Gonzalo Guerrero, prima catturato dai Maya, ma che poi finì per sposare la principessa maya Zazil Hà, con cui diede origine ai primi veri messicani moderni, nati dall’unione di due razze così originariamente differenti. Cortès offrì a Guerrero di ritornare come suo collaboratore tra i “veri figli di Dio”, ma il buon Gonzalo rifiutò e diede, di fatto, inizio ad una resistenza armata contro i connazionali spagnoli, ponendo fine alla sua nobile vita combattendo gli invasori cristiani, bevitori di una strana bevanda scura, chiamata vino, nel 1536.

Di fatto dal 1521 fu creato il Vicereame della Nuova Spagna, un immenso territorio che divenne proprietà per circa trecento anni della Spagna.

Tutto era nato dalla spedizione di un tale Colombo Cristoforo, che era partito dalla Vecchia Spagna nel 1492 allo scopo di individuare nuove rotte commerciali e tesori di risorse preziose come seta, oro e spezie.

Ma fu dal 1517 in poi che, partendo da Cuba, maturarono le condizioni perché gli Spagnoli approcciassero a quello che sarebbe diventato il Messico e la Mesoamerica. Che poi Diego Velazquez, proconsole effettivo della corona spagnola nelle Americhe, nemmeno voleva mandare Cortès nella terza spedizione, quella decisiva, verso il Messico, perché poco si fidava del carattere ribelle di Hernàn.

La conquista spagnola fu sicuramente facilitata dalla crisi degli imperi azteco e maya e dal fatto che gli Europei avessero portato con se malattie terribili come la peste ed il vaiolo, che sterminarono, senza distinzione, popolo, capi e nobili, lasciando la gente senza guide politiche e sociali solide. Quando Cortès sbarca nel Messico la popolazione è di circa 25 milioni di persone, dopo cento anni ne rimane meno di un milione, secondo gli studiosi Cook e Borah dell’Università di Berkeley. Il Messico riuscirà a recuperare quella quantità di popolazione solo intorno al 1960.

Mexico-Tenochtitlan è il nome che i Conquistadores trovano nella capitale con una pronuncia diversa dall’attuale (Me-sci-co), che però essi non riescono esattamente a rendere in lingua spagnola e che traducono ponendo nel nome una x, spesso usata nell’antico spagnolo per introdurre un suono nuovo e spesso intraducibile in questa lingua.

Vi aspetterete ora che i Messicani, gli Yucatechi detestino gli Spagnoli, invece no, molto spesso parlando con nativi e discendenti della razza incrociata con gli Spagnoli, questi vengono apprezzati, come apportatori di una comune identità nazionale, sfociata nell’indipendenza dalla Spagna nel 1821 ed in realtà creatori poi un territorio unificato fino al 1848, dopo una feroce guerra di annessione da parte statunitense, dove andarono a collocarsi Texas, California, Nevada, Utah, parte del Colorado, Arizona, Nuovo Messico e Wyoming.

 

La cultura, ieri e oggi

I discendenti diretti dei nativi messicani, attualmente viventi in Mexico, chiamati e classificati come Indios dai Conquistadores, sono circa nove milioni, appartenenti a circa cinquanta gruppi etnici.

Di questi probabilmente circa un milione sono i discendenti dei Maya ancora oggi presenti nel suggestivo Stato messicano. Parlano circa trenta lingue, solo molto approssimativamente generalizzabili come lingue maya, ma in realtà ogni idioma è diverso dagli altri, cosi come storicamente i Maya sono quasi sempre stati divisi in almeno trenta città-stato.

Abituati dall’epoca dei conquistadores ad essere esclusi dall’accesso alle città da questi fondate e a portare sempre i loro costumi tradizionali per non essere confusi con l’etnia nata dall’incrocio degli Spagnoli con i locali, ancora oggi essi continuano con giusto orgoglio a indossare i loro abiti tradizionali e a rispettare i loro usi.

Alcune delle loro conquiste scientifiche sono ancora oggi incredibili. Così come è amplissimo lo scenario storico in cui essi sviluppano la propria apparizione nella storia del mondo. Si distinguono almeno tre periodi: Preclassico, 2000 a.C-250 d.C., Classico dal 250 d.C. al 950 d.C., Post-Classico, dal 950 d.C al 1539 d.C., in totale circa 3500 anni. Il calendario maya aveva una raffinatezza accuratissima, con una precisione incredibile del calcolo dei cicli lunari e solari, delle eclissi e dei movimenti dei pianeti. Ogni alba e ogni tramonto veniva rispettato come sacro, e l’eterno flusso di giorni, mesi e stagioni, ritenuto un miracolo straordinario. Ma non per questo l’aspetto pratico era trascurato, dall’osservazione del Sole era possibile stabilire esattamente quando seminare, raccogliere, dare acqua, drenare la stessa attraverso canali appositi, insomma impostare la vita e non solo quella agricola. In matematica conoscevano lo zero molto prima degli Arabi, utilizzando un avanzato sistema di numerazione vigesimale. La stessa medicina era una complessa arte che implicava una notevole formazione inerente mente, corpo, religione, rituali e scienza.

La religione era dominata dalla visione di un’Aldilà governato da potenti dei, che dovevano essere placati con offerte e riti anche sacrificali. Il mondo terreno era una sorta di terra di mezzo, tra i tredici livelli nei cieli e i nove negli inferi.

Gli sciamani, che guidavano i terreni nel giusto orientamento in questo complesso mondo compreso tra vita e morte, facevano uso di spezie, erbe, bevande. In particolare tra queste il famoso Pulque, che tanto inorridiva gli Spagnoli con il suo colore lattiginoso ed il suo sapore di sciroppo d’agave, aguamiel, fermentato all’aria in vasche di materiale vario, grazie a lieviti ovviamente indigeni e con una consistenza alcolica variabile tra i 6 e gli 8 gradi alcolici.

 

 

Oggi in realtà nello Yucatan si trovano anche in vendita ovunque succhi di qualunque frutto fermentati, oltre ovviamente a Mezcal e soprattutto Tequila, questa soprattutto ad uso dei turisti, soprattutto americani, e per questo spesso la relativa bottiglia è provvista dell’amatissima, dagli yanquis, larva o gusano dell’Agave.

La bellezza del paesaggio dell’Yucatàn è data dalla diversità estrema tra le terre più o meno asciutte, a volte quasi aride, intorno a Mèrida, in cui appaiono sempre delle coltivazioni di Agave, pur essendo lontana la patria del Mezcal, ossia Oaxaca, e la bellezza paradisiaca del turchese dei Caraibi tra la Isla de las Mujeres e Cancùn, nonché le suggestioni straordinarie delle rovine del porto maya di Tulùm, dove tra iguane e serpenti riesci ad osservare a strapiombo la barriera corallina, dove per secoli pirati, naviganti e uomini di mare hanno infranto le loro imbarcazioni nel tentativo di approdare a terra.

La musica è dappertutto in Messico, come la cerveza, la birra, questa introdotta pare dagli Spagnoli come rimedio al terribile pulque. Una birra leggera, ma piacevole nel suo moderato tenore alcolico e che spegne la sete dovuta al caldo terribile che pur nei mesi secchi bagna le camicie e i vestiti dei turisti, non abituati alla continua e terribile oscillazione tra aria condizionata a palla e umidità dominante.

Poi nei resort, come nei boschi, appaiono i Coati, animali simili agli orsetti o a degli scoiattoli molto cresciuti che vagano anche tra gli umani e le loro camere alla ricerca di cibo e che aprono anche le bottiglie alla ricerca di nutrimento. Una bellezza ed una fierezza della Natura, che qui appare meravigliosamente potente e straordinaria, come probabilmente hanno annotato le prime cronache dei Conquistadores, convinti di essere approdati in un un luogo baciato dagli Dei.

Il cibo è dominato dal mais e dagli ortaggi, di ogni tipo e forma, spesso conditi solo con il peperoncino. L’olio, l’aceto ed il pane sono derivati dagli Spagnoli, che ne facevano un uso proprio e solo dopo tempo diffuso alla classe mista, da loro originata. Cibo cui spesso si abbina la birra, buona ma leggera, ma senz’altro preferibile alla media degli Chardonnay e dei Riesling piatti e senza personalità che spesso è dato assaggiare nei ristoranti classici.

E poi c’è il Mezcal, para cada bien e para cada mal, per tutto, che si abbina perfettamente ai piatti di mare, che si usa prima, durante, dopo il pasto, magari insieme a frutta tritata ed affogata nella bevanda degli dei, il meraviglioso Mezcal.

E dunque come resistere, quando si è tornati a casa, dopo un viaggio nei colori fieri dello Yucatàn?

Magari osservando i fantastici quadri di Frida Khalo e la sua bella storia di condivisione di ideali politici e sociali con Diego Rivera, che portarono ad abbandonare l’idolatria della cultura europea per la ricerca della rivalutazione delle culture affascinanti precolombiane, proprie e caratterizzanti il Messico.

E abbandonandosi ad una responsabile bevuta di mezcal scorrendo foto, immagini, ascoltando suoni di questa meravigliosa nazione mesoamericana, che ti lascia dentro un senso di straniamento, di vuoto, di smarrimento, quando un aereo ti riporta in Europa almeno dodici-quattordici ore dopo la partenza, e chissà come era quando si giungeva e si ritornava solo con imbarcazioni fragili dopo perigliose navigazioni in mari sterminati, tra due mondi così vicini ma poi effettivamente così lontani come l’Europa e le Americhe della metà del Cinquecento.

Bene, sono pronto per ritornare in Messico, anche se sono appena rientrato.

 

Il bere miscelato

Tutto quello che Claudio Riva non vi avrebbe raccontato del Messico semplicemente perché al cinquantesimo mezcal non riusciva a trovare la penna per annotare, sulla sua Moleskine, qualcosa.

Non posso non parlare di cibo e cocktail messicani, mentre mi preparo all’imbarco per l’Italia bevendo un Paloma al caotico ma pittoresco aeroporto di Mexico City, pensando a Claudio che ai 3 gradi di Molteno beve caffè nero bollente (americano) nel suo studio, per riscaldarsi.

Intanto pare che la stessa parola cocktail provenga dal Messico.

Questa storia inizia a Campeche, città sulla costa dello Yucatàn, in piena zona Maya. Va cosi, come succede ad un giovane innamorato che cerca di conquistare la sua bella, ma non sa come fare. Il giovane ragazzo maya, si invaghisce della splendida Cochtil e si rivolge ad uno sciamano-sacerdote precolombiano per aiutarlo ad impadronirsi del cuore… non della ragazza, già convinta di cedere alle lusinghe della carne e dell’amore… ma della famiglia di lei, potente in quell’antica epoca. Il sacerdote non si scompone alla richiesta dell’innamorato e miscela, miscela, miscela, alla fine compone un fantastico elisir d’amore. Il giovane, con una scusa, si fa ricevere dalla famiglia e poi somministra ai genitori di Cochtil il potente elisir. I genitori, sotto gli effetti dell’elisir, alla fine accettano di concedere la mano della loro principessa all’astuto spasimante maya. Dal nome di Cochtil deriverebbe la parola cocktail.

 

 

Mentre va giù anche un Margarita, in quest’infinita attesa dell’avion para Roma, ripenso a questa romantica spiegazione all’origine della mixology, arricchita anche da un’altra storia che vede il nome cocktail sempre di derivazione maya e proveniente dal cucchiaio con cui i vecchi precolombiani preparavano bevande per l’offerta rituale agli dei. I soliti marinai inglesi avrebbero tradotto il cucchiaio a coda di gallo con cocktail e voilà un’altra spiegazione maya per l’origine divina del mio Margarita.

Qualcuno si chiederà se accompagno il mio terzo cocktail, il Mexcalibur, inventato da un bartender ad Acapulco (a proposito 4/10 di mezcal, 4/10 di succo di ananas, 1/10 di liquore alla menta, 1/10 di maraschino) con qualcosa da mangiare. Si ovviamente con la cochinita pibil, la vera protagonista della cucina locale, ossia il maialino posto nelle tortillas e cotto sotto terra. Qui si cuoce tutto sotto terra anche le pigne del mezcal, ma del resto anche il maialino sardo buonissimo, si cuoce sotto terra. Soprattutto nello Yucatàn l’aroma del maialino è ovunque. L’abbinamento con il mezcal praticamente lo vedi dappertutto, dall’incravattato uomo di affari messicano al contadino o al lavoratore delle haciendas o delle fincas, praticamente ognuno consuma una cochinita con il mezcal.

D’altra parte “para cada mal mezcal, para cada bien, tambien!”.

Al mercato, ho visto enchiladas, ceviches, fritti di non so cosa, pollo e lechon al horno, chicharron e queso relleno, tutto meglio se addizionato di peperoncino, che poi con il mezcal prepara ad un combinato di piccantezza e di speziatura, che mica lo puoi bere con il whisky dello Speyside, va solo con il Messico Liquido, cioè con il Mezcal.

E allora nel bagno dell’aeroporto utilizzo un attualissimo proverbio maya, “Specchiati per vedere chi sei”, mi guardo e vedo un ritemprato appassionato di agave alcolica, ma ho di nuovo fame…forse ho tempo, si dai, mi prendo un Poc Chuc, da “poc”, tostare, e “chuc”, carbone, ossia delle costolette di maiale marinate in arancia amara, poi salate e pepate e poi cotte finalmente alla griglia, scortate da un’ottima guarnigione di fagioli, riso, insalata, coriandolo, il tutto immerso in una gustosa salsa di arancia amara.

Parto, si sto partendo.

Basta alcol e cibo colorato, basta storie e leggende che ci avvolgono e quasi non ci fanno respirare.

Basta con i dipinti di Frida Khalo ed i murales a lei ispirati, il famoso stile “indigeno messicano”, attraverso cui la strepitosa artista manifesta il suo prorompente desiderio di libertà, di essere, senza freni, se stessa, di essere donna senza maschere, in un Paese bellissimo e difficile, in cui ogni giorno di vita è una straordinaria avventura. A colori, ma sempre difficile.

Basta con la musica dappertutto, con questo Tequila che ti rincorre mentre gli yanquis lo comprano con lo scorpione (ma perché?), o con il gusano e la sua polvere (ma perché?).

Basta con i ritratti della mitica Presidente Claudia Sheinbaum, che orgogliosamente difende il suo popolo, sparso tra quattro fusi orari e un milione e noventosettantatre milioni di km quadrati, ritorneremo per los dias  de los muertos, a partecipare di questa vita allegra, colorata e piena di speranze, che agli Spagnoli, che venivano a conquistarli terribilmente con le loro armi e le loro malattie , doveva assomigliare tanto a Cuba ed alla sua gente, semplice ed allegra, pur senza niente da spendere, ma con della grande aguardiente e dell’ottimo tabacco.

Basta con i murales ispirati a Diego Rivera, artista, che insieme a Frida, è annoverato tra gli artisti, non solo messicani, più importanti di tutti i tempi, che riuscì ad unire nelle sue opere l’amata arte precolombiana e più moderni movimenti artistici.

Basta con Diego Rivera ed il suo pensiero ancora vivo nell’orgoglio dei Maya, che indossano i propri vestiti e mantengono i propri usi e le loro consuetudini, come lui avrebbe voluto, convinto che la grandezza del Messico non fosse nell’imitazione delle mode europee ma nella rivalutazione della grandezza precolombiana.

Lasciamo tutto questo e torniamo alla cara vecchia Europa, che impose la sua tragica forza tempo fa, ma che probabilmente riportò a casa anche la memoria della grandezza delle stesse civiltà che proprio Lei aveva contribuito al finale declino verso la nascita di un Paese, che nonostante tutto ciò sia riuscito a creare una sua identità nazionale tra razze e decine di idiomi differenti, oltre che di norme ed orari diversi.

Si mi porto qualche souvenir alcolico ed alimentare ma soprattutto tante idee e immagini di questo grande Paese.

Basta dormo qualcosa sull’aereo che mi porta a Roma, ancora con qualche snack messicano che scorre tra i sedili, quasi ad accompagnarci fino alla fine.

“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io vedo orizzonti dove tu disegni confini”, Frida Khalo.

 

 

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