(introduzione di Claudio Riva)
Mi è capitato di voler chiudere l’estate 2025, tutta passata in ufficio a programmare le attività autunnali, con qualche giorno – pochi a dire il vero – lungo la riviera romagnola. Tappa obbligatoria l’Aguardiente di Marina di Ravenna, dove i ragazzi di Jimmy Bertazzoli mi hanno coccolato per tutta la serata. Alla mia domanda “E adesso cosa assaggio?” la risposta è stata la solita “Tutto quello che vedi è aperto o si può aprire”. Detto fatto, non avevo ancora messo il naso sulla seconda serie dei Rum Magnum, bottiglie aperte senza alcuna esitazione, quattro calici versati e lasciati respirare per una decina di minuti.
La stessa esperienza la stava vivendo, all’interno delle proprie mura domestiche, Valerio – blogger con il nickname Righrum, più volte incrociato nei nostri spazi. Io quella sera mi sono divertito a prendere nota delle mie emozioni, cercando di inventarmi nuovi aggettivi non presenti nel mio lessico da whiskofilo. Ne è uscita una mia recensione che sfigura se confrontata con quella di Valerio, che ringrazio per la possibilità di condividere il suo pensiero, e a cui lascio la parola.

(Valerio Righrum)
Se devo pensare a una serie sottovalutata negli anni recenti, il pensiero non che può che andare alla release della Magnum Series #1 – Elliott Erwitt di Velier.
Quattro rum di quattro grandi distillerie, tutti di altissimo livello, proposti ad un prezzo che al lancio era oggettivamente alto, ma che in realtà ha solamente anticipato un trend di mercato che vede in crescita i prezzi ma spesso non la qualità.
Questo ha contribuito a far tenere chiuse le bottiglie che ora vengono svendute (per la gioia di chi aspetta sulla riva del fiume come il sottoscritto), ma anche a limitare le aspettative sulla seconda release.
Che si è fatta aspettare non poco ed è arrivata nella seconda metà del 2024 (Whisky Live Paris 23, Velier Live 24) dopo qualche anteprima ma anche un cambio di formazione (qualcuno dal 2023 si ricorda forse un Worthy Park).
Formazione definitiva che vede tornare due tra le distillerie di punta per Gargano, quell’Hampden che sta provando ad uscire dalla nicchia dei rumlovers, e Saint James che è stata uno dei primi amori di Luca. A questi si aggiunge una distilleria sempre divisiva come Monymusk e Beenleigh, portata da Velier all’attenzione dei rumlovers.
Lineup come vedete non stellare, e che ha il difficile compito di non fare rimpiangere la prima serie, e di non sfigurare rispetto alla terza serie, che qualche blog asiatico dice in arrivo ed essere composta da soli Hampden.
Dal punto di vista grafico, questa serie ha in etichetta foto di Alex Webb per Magnum Photos, a mio avviso dal maggior impatto estetico. Ma alla fine quello che conta è il rum.
E qui di seguito parleremo di quello, vi posso anticipare però che è una serie divisiva: i miei giudizi non sono sempre allineati con quelli dei miei colleghi. Non che sia un male, anzi.
Saint James 12 anni
Origine: Martinica
Distillazione: 2010/2003
Imbottigliamento: 45% ABV
Materia Prima: Succo di canna
Tipologia: Rhum Agricole AOC Martinique
Metodo di produzione: Distillazione Colonna Creola
Sulla storica distilleria di Martinica penso serva soffermarsi ben poco, se non per ricordare il profondo legame che lega Luca Gargano con questa distilleria, tra le prime con cui ha lavorato quando ancora il rum non era il fenomeno che conosciamo oggi. Legame che ha portato recentemente Velier a dedicare una monografia che racchiude i 10 migliori millesimi degli ultimi 25 anni.
E sempre tra le migliori espressioni degli ultimi anni ha pescato anche per questa release, con un blend delle annate 2003 e 2010. Questo ne fa il rum più vecchio della serie, anche se per poter scrivere Rhum Agricole AOC Martinique in etichetta è giustamente riportata l’età più bassa di questo blend imbottigliato nel 2023 a 45°.
La gradazione è inferiore al resto della serie (tutta a 60°), ma già dal naso si percepisce che questo non rende il rum “leggero”.
Legno e spezie a profusione ci accolgono con quello che è in modo inconfondibile il profilo Saint James.
La noce moscata la fa da padrone, poi arrivano anche note floreali e di torrefazione a completare il tipico profilo austero e tendente al secco della distilleria.
Ogni tanto trovo eccessive le note legnose e caffettose che sono distintive dei rhum che Marc Sassier ci propone, vediamo se al palato anche questo rum, la cui componente più vecchia ricordiamo ha 20 anni, va in quella direzione.
Le spezie sono ancora in primo piano, la noce moscata si accompagna al pepe e, ancora una volta, alle note si torrefazione e legno. Qualche fugace tratto dolce, agrumato e vanigliato, emergono ma è poco più di una impressione, per un rhum che non tradisce la sua identità ma rimane di facile beva. Complice probabilmente anche una gradazione che in prima battuta fa storcere il naso. Ma dopotutto se qualcosa è buono a 45° è solo che meglio.
E questo rhum è buono. A 45°.
Beenleigh 8 anni
Origine: Australia
Distillazione: 2015
Imbottigliamento: 60% ABV
Materia prima: Melassa
Metodo di produzione: Distillazione Pot Still
La distilleria australiana, caratterizzata dall’iconica struttura rosso acceso, è stata portata all’attenzione del grande pubblico nel 2021 con due co-bottling con Velier, una distillata nel 2006 e una nel 2015, a cui è seguita un paio d’anni dopo una release del 2013, stesso vintage di questa Magnum.
In realtà erano diverse le release di vari IB europei (La Maison&Velier inclusa), che però non avevano mai raggiunto il successo ottenuto poi con Velier.
Nota importante, dopo il 2007 la distilleria ha abbandonato il lievito Pombe a favore di lieviti selezionati, cambiando in modo importante il profilo del suo rum. Che a mio avviso rimane comunque distintivo, caratterizzato dalla pera e dal pompelmo, ma che allo stesso modo non è mai riuscito a conquistarmi del tutto.
8 anni di invecchiamento in Australia, in un clima quindi di fatto tropicale, per questo rum ottenuto da melasse, distillato in pot still e imbottigliato alla gradazione standard del 60% abv.
Quello che colpisce al naso è la freschezza del rum, il legno non si sente se non in minima parte e quindi il distillato rimane vibrante, danzando tra vari frutti a polpa bianca (pera ma anche pesca) sostenuto dall’acidità del pompelmo, fino a diventare floreale.
Al palato il pompelmo ci colpisce subito, portando una nota acida che mi richiama alla mente Monymusk, poi rimane la frutta a polpa bianca, in particolare la pera che arriva al finale.
Le spezie sono presenti si ma in seconda battuta, soprattutto con le note pepate collegate al grado alcolico. Rimane fresco e vibrante, in alcuni tratti sembra di bere un succo di frutta (con i dovuti caveat legati al grado elevato) di cui però mantiene anche una certa stucchevolezza alla bevuta.
Il mio giudizio è sostanzialmente il medesimo che ho dato al fratello uscito l’anno prima, così come al 2015. È un rum fatto bene, a tratti interessante, ma non mi colpisce, non mi appassiona anzi mi stufa.
La distilleria meritava sicuramente un posto in questa serie, peccato il rum scelto non sia tra i miei preferiti di Beenleigh.
Clarendon 10 anni
Origine: Giamaica
Distillazione: 2014
Imbottigliamento: 60% ABV
Materia Prima: Melassa
Metodo di produzione: Colonna singola
Se c’è al mondo una distilleria divisiva, beh quella è Clarendon, dove si produce il rum Monymusk.
Se trovate un rum jamaicano, ma non è indicata la distilleria, le probabilità che sia stato distillato da Clarendon sono elevatissime. Se poi ha quel sentore, più o meno accennato, di acido butirrico (lo so che sapete da cosa sa), beh ne avete la certezza.
Personalmente non sono un fan, benché ammetta che i vintage 1995/1997 siano fenomenali, e le release di Velier le ho mediamente apprezzate.
Trovare questo rum in una serie che vuole rappresentare l’eccellenza mi sembra strano, motivo per cui la curiosità era molta. Aggiungiamo che la foto di Alex Webb è decisamente bella, oltre che azzeccata per la distilleria, ed ecco che è ora di avvicinarsi al bicchiere.
Distillato nel 2013 dalla colonna singola di Monymusk (non le multicolonne che fanno anche alcool ad uso medico), questo rum è un MBS, mark tra i più leggeri tra quelli prodotti dalla distilleria.
E questo si rileva subito avvicinando il naso al bicchiere. Senza la bottiglia sotto mano, si penserebbe a Barbados più che alla Jamaica.
Cocco e banana, vaniglia e legno sono i primi tratti che ci accolgono, assieme all’alcool che va bene oltre quello che ci si aspetta per i 60°. C’è anche un tratto floreale ed etereo, spinto dall’alcool, ed è un tratto tipico della distilleria, ma non per questo per me piacevole.
Al palato il copione è simile, il cocco e la banana emergono subito, ma in questo caso accompagnati da altra frutta tropicale. Il DNA Jamaicano qui si riconosce, peccato che l’alcool sia troppo presente perché il palato sarebbe degno di nota.
Bevuto a Parigi, mi aveva colpito, ma probabilmente un palato più “allenato” agli assalto dell’alcool riesce a gestire meglio gli spigoli di questo distillato. Oggi trovo un rum con diversi aspetti piacevoli, che però non compensano gli aspetti che non mi convincono.
Ovviamente, qui si cerca il pelo nell’uovo, perché la qualità è indiscutibile, ma sicuramente di una seconda bottiglia non andrei in cerca.
Hampden 13 anni
Origine: Giamaica
Distillazione: 2010
Imbottigliamento: 60% ABV
Materia prima: Melassa
Metodo di produzione: Distillazione Pot Still
Se c’è un rum che ci si aspetta di trovare in una serie di Velier, questo è Hampden.
La Magnum Series #2 non delude le aspettative con un nuovo Hampden, che oltretutto ha in etichetta quella che per me è la foto più bella delle due edizioni della serie. Si tratta di un LROK 2010 invecchiato in botti ex Bourbon e imbottigliato nel 2023 dopo ben 13 anni nei tropici. Uno degli Hampden dal più lungo invecchiamento tropicale ad oggi sul mercato.
I più attenti di voi avranno notato che LROK e 2010 non è la prima volta che le incontriamo assieme.
La più recente è la release del core range che poca fortuna ha avuto nel 2021, complice un prezzo alto e una gradazione bassa, “cetriolino” (per via del colore dell’etichetta) è rimasta largamente invenduta nonostante fosse tutt’altro che da dimenticare.
Al contrario grande successo con Habitation Velier ha avuto il LROK 2010 6y, imbottigliato ad una ragguardevole gradazione di 67° e che per me risulta uno degli Hampden migliori in circolazione.
Con queste premesse mi avvicino al bicchiere, e subito mi accoglie quel mare di spezie e frutta tropicale surmatura che già in HV mi era piaciuto.
Il pimento la fa da padrone, oltre a molte sfumature di banana e ananas decisamente maturi per un naso che non stanca decisamente.
Confesso una certa paura per quello che può essere l’apporto del legno dopo 13 anni di contatto con Hampden, quindi mi approccio cauto alla bevuta.
Prevedibilmente le spezie rimangono lì in primo piano, pimento e molta noce moscata ci accolgono e rimarranno con noi fino al finale. Anche la frutta è lì, matura, per un palato molto coerente con il naso. Un filo di astringenza c’è, inutile negarlo, ma non disturba la bevuta che giocoforza è tutt’altro che spensierata.
Un ottimo Hampden, sì, ma non il migliore di sempre. Come si pone nella serie, invece, lo vedremo nel prossimo post.
Conclusioni
Ho deciso tempo fa di non dare più valutazioni numeriche, e anche se fare una classifica si avvicina al concetto di voto, credo che in un post di recap non possano mancare alcune considerazioni che quantomeno ci si avvicinano, ad una classifica.
Anche perché le bottiglie parlano da sole: se due sono ancora piene e due già vuote (salvo qualche cl che conservo per future comparazioni), la mia opinione penso sia chiara.
Da una parte, le bottiglie ancora piene: appartengono a due distillerie che non amo, ma che la loro storia la raccontano e ci hanno già regalato dei capolavori. E magari, queste release fuori da una serie avrebbero sofferto meno i naturali, ma scomodi, paragoni.
Un Beenleigh piuttosto vivace, vibrante e quasi verde, che rispetta il carattere della distilleria. Ed è proprio quest’ultimo tratto che non riesce a farmi scattare la scintilla, difetti non ce ne sono.
Il Clarendon invece sconta la scelta di un Mark, MBS, che ci porta lontani dalla Giamaica e in una confort zone dove le caratteristiche della distilleria sono relegate in secondo piano e la mente ci porta a Barbados. Mancano quindi gli aspetti che non apprezzo della distilleria, ma manca anche la spinta della Giamaica, quella che mi porta a riempire il bicchiere.
Ma veniamo alle bottiglie finite, credo che già nei post si intuisse la preferenza.
Un Saint James abbastanza educato, per cui il blend ha smussato alcuni spigoli ma soprattutto mitigato la nota di torrefazione che tanto piace a Marc Sassier. Forse non piacerà ad alcuni fan hardcore della distilleria, ma per me la bevuta ne guadagna, questo è una delle release recenti più piacevoli da bere.
Chiude l’Hampden con il più lungo invecchiamento tropicale, che supera le aspettative ma soprattutto la mia paura che l’interazione col legno fosse andata oltre. 13 anni non penalizzano il distillato, solo portato se possibile più complessità rispetto al cugino di 7 anni più giovane.
Righrum www.instagram.com/righrum.






