Lost Spirits distillery, California

Lost Spirits distillery, California

Dal diario di viaggio di Claudio Riva, whisky e dintorni


Whisky Club Italia in California – Day 3

Questa è dura da digerire, mettetevi seduti e allacciate le cinture, il viaggio che stiamo per intraprendere potrebbe non essere mai accaduto.

Se volete davvero divertirvi a Los Angeles dimenticate gli Hollywood Studios. Dovete visitare la Lost Spirits Distillery. Qui uno dei cinque fondatori, un giovane scienziato chimico pazzo di nome Bryan Davis, vi farà vivere l’esperienza più follemente simile al tour di Willy Wonka che si possa fare nel nostro mondo reale. A dire il vero ai confini della realtà. Spesso un passettino più in là.

L’arrivo alla distilleria è giustamente avvolto da parecchio mistero. Viene solo detto di essere puntuali e di non indossare scarpe con i tacchi perché si dovrà raggiungere l’isola più nascosta di Los Angeles. Ed è così. Ci si trova seduti su una imbarcazione ad attraversare un fiume nella giungla nel bel mezzo di un temporale. Si sale su una giostra che ci accompagna verso l’isola del whisky, una parte del tour che è quasi pronta e non ancora aperta al pubblico ma che un “ospite” europeo non può perdersi. Il tutto comandato a voce con un continuo colloquio con il computer TESSA che ha controllo di tutto ciò che accade lì dentro, in perfetto stile HAL 9000 di Odissea nello spazio.

Ogni dettaglio è curato in modo maniacale, dalla tecnologia, all’ambientazione, all’arredo delle sale di degustazione con copie originali dei libri di avventura che hanno ispirato Bryan. Ogni richiamo a fatti, pirati, fantascienza viene sempre evidenziato dalla risata di Bryan, risata che diventa fragorosa e travolgente quando qualche automatismo del tour si inceppa.

La “distilleria” è folle, ma è vera, durante la mia visita era in funzione e – cosa più importante – ne ho potuto assaggiare i distillati, i pluripremiati rum e whiskey. Tutti imbottigliamenti culto che vanno letteralmente a ruba; alla fine di ogni weekend si trovano sempre con il magazzino azzerato, finiscono pure le t-shirt. Sono veri i due potstill costruiti a mano e arricchiti da decorazioni di rame che li trasformano in due draghi. È vero lo spirit safe a forma di fiore. Sono veri i tini aperti dove la capacità di controllare la chimica della fermentazione raggiunge livelli impensabili. Veri anche i condensatori che sono raffreddati con l’acqua del fiume che abbiamo navigato e che restituiscono all’ambiente il calore umido tipico della foresta per poter far vivere l’esperienza rum con la stessa intensità della bevuta di un torbato sull’isola di Islay. Ma il demonio si trova dietro l’ultima porta.

Zero botti vengono utilizzate per la maturazione, che viene svolta interamente in un infernale macchinario pensato dallo stesso Bryan. Il suo reattore, così lo chiama, è in grado di effettuare una maturazione di 20 anni in pochissimi giorni. È il frutto di dieci anni di sperimentazione, è un sistema che ha brevettato, e che sta vendendo a tante nuove distillerie, diciamo che questa è la parte vera del loro business, quella con cui fanno i soldi, quella che ha finanziato questo folle “parco giochi” nel cuore del costosissimo Arts District di Los Angeles.

Il funzionamento è in due fasi. Nella prima il new make viene messo in un tino di acciaio insieme a pezzetti di doghe, più o meno della dimensione di 5 x 5 cm, tagliati in modo tale che dal legno attraverso i canali linfatici possano uscire solo le componenti buone vanigliate e non quelle amare e sgradevoli. Il tutto viene “cotto” per alcuni giorni alla temperatura di 60-75°C. Poi il liquido viene trasferito in un cilindro di vetro circondato da lampade alogene ad alta intensità dove tutti gli aromi estratti si armonizzano e guadagnano complessità. Il processo viene ripetuto due volte e quello che si ottiene è semplicemente sbalorditivo, non ho termini di paragone e un pudore arcaico non mi fa trovare parole per descrivere quanto ho gradito i bicchieri di rum e di whiskey che ho assaggiato. Il solito Jim Murray ha sparato un bel 94 punti.

Quello di Bryan è uno dei tanti tentativi dell’uomo di accelerare il processo di maturazione in modo artificiale. Si è usata la musica heavy rock ad alto volume, i bourbon di Jefferson’s rotolano nelle botti nelle stive di navi in navigazione sull’oceano ma nessuno aveva mai raggiunto i livelli della Lost Spirits. Il loro whisky Abomination, il torbatone che ho assaggiato e fotografato due giorni fa al Seven Grand, proviene da un giovane whisky di Islay di 18 mesi, trasferito a Los Angeles, sottoposto al processo di maturazione del reattore di Bryan, che ha restituito un malto piacevole, complesso, sicuramente molto meno marino di un Laphroaig ma paragonabile ad un ottimo torbato delle Highlands (sto scrivendo tutto questo limitandomi a descrivere quello che ho percepito e tenendo soffocato un gran bel vaffa, sia chiaro). In etichetta è chiamato malto e non whisky perché altrimenti non sarebbe esportabile in aree che impongono i tre anni minimi di maturazione, età che chiaramente non ha.

In nessuno dei 120 minuti del “tour” si ha la capacità di capire cosa ti sta realmente accadendo attorno. E questo è il fascino di questa travolgente esperienza. Ragazzi è tutto follemente vero, lo si può toccare e bere.

Credevo di aver visto tutto. Scienza, innovazione, arte.

Ne riparliamo tra un mese a Milano Whiskey: America a gonfie vele (Milano)







Veloci appunti e qualche fotografia, importati da Facebook

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