La via italiana del whisky

La via italiana del whisky

Mixology Experience è una tre giorni dedicata al settore del bar e dell’ospitalità con un occhio particolare al beverage declinato sul mondo dei distillati e dei cocktail, che si sta tenendo da ieri presso lo Superstudio Maxi a Milano e che si concluderà domani, martedì 19 marzo.

Non solo stand di produttori e distributori dove poter assaggiare le rispettive referenze in purezza o miscelate, dal gin al rum passando per amari, whisky, mezcal e tutto il mondo degli spirits, ma anche laboratori, masterclass, intrattenimento e approfondimenti con incontri e dibattiti.

 

 

Sono stato presente nella prima giornata di domenica 17 marzo per partecipare, a nome del Whisky Club Italia, a un focus dedicato al whisky italiano, una realtà che si sta rapidamente affermando tra gli appassionati con un numero crescente di nuovi protagonisti che si affacciano ogni anno.

Moderato da Maurizio Maestrelli, il dibattito ha visto partecipare nomi già noti nel mondo della grappa da generazioni come Roner (con Simon Schweigkofler, Head of Marketing & Communications della distilleria per il loro Ter Lignum) e Grappa – Villa de Varda (con Mauro Dolzan creatore con il fratello e il padre della linea inQuota – Mountain Whisky), e una dal mondo del vino come Winestillery (con Enrico Chioccioli Altadonna, Master Distiller di Florentis Tuscan Malt).

Il legame tra whisky e Italia ha radici nel passato, quando nomi come Silvano Samaroli, Armando Giovinetti e Nadi Fiori portavano con passione lo scotch nel nostro paese, credendo fermamente nella qualità del single malt quando il resto del mondo (Scozia compresa) beveva solo blended, e se ancora oggi questa tradizione prosegue con gli imbottigliatori (Wilson&Morgan, Hidden Spirits, Valinch&Mallet, Morisco Spirits, Dream Whisky per citare i più noti), era solo questione di tempo perché si passasse a essere parte attiva della produzione.

La tradizione nella lavorazione dei cereali, l’acqua pura dei nostri rilievi, la sapienza della distillazione aspettavano solo di essere messe a disposizione per iniziare a costruire una strada italica al whisky, che non è una semplice denominazione geografica, ma una vera e propria filosofia artigianale attenta al territorio e alle sue peculiarità.

Ognuna delle distillerie presenti ha un approccio diverso alla distillazione, per l’uso delle materie prime e per le modalità di lavorazione, ma tutte sono unite dalla stessa volontà di produrre un whisky che sia espressione del gusto e della passione che rendono il Made in Italy così famoso e apprezzato nel mondo, portando il concetto di terroir a un livello più alto del semplice slogan commerciale.

 

 

Un’ora e mezza di confronto che ha dimostrato come il whisky italiano sia ormai una realtà concreta da cui ci possiamo aspettare grandi cose in futuro, così ricca di varietà e sfaccettature da arrivare forse un giorno ad avere un proprio disciplinare che ne attesti l’unicità al mondo.

 

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