Kahlùa, rum e caffè

Kahlùa, rum e caffè

Mentre a Santorini mi aggiravo tra Ouzo e panorami affascinanti, il ricordo del grande evento made in Whisky Club Italia, l’Agricole Day, evento straordinario dedicato al mondo del rum ed in particolare agli Agricole, riempiva la mia memoria.

E ancor di più mi è venuto alla mente il rum, quando inaspettatamente, una sera sulle rive dell’Egeo vulcanico a Perissa, nella fatata isola, verso le 24 un bartender di un locale bar sulla spiaggia, mi propone per sfidarmi sui cocktail un ottimo B52, invitandomi a declinarne gli ingredienti.

Ora il B52 deve il suo successo, fra l’altro, alla cosiddetta “tecnica a strati”, ossia al fatto che i componenti del cocktail, per la loro diversa densità, tendono a non mescolarsi.

Il suo nome proviene dal sinistro bombardiere Boeing B52 Stratofortress, usato dagli Americani durante la guerra in Vietnam per lanciare le bombe al napalm e prodotto dalla Boeing ed in servizio per la Usaf, United States Air Force. Da ciò probabilmente la versione del cocktail infiammabile, non accettata ufficialmente e professionalmente.

Probabilmente nato a Malibu in California nel ristorante “Alice’s”, secondo altri a Calgary in Canada nel 1977 presso il “Keg Steakhouse”.

Mi direte ebbene hai risposto esattamente alla sfida del bartender ellenico?

Si gli ho elencato gli ingredienti, sebbene dopo i primi due cocktail con l’ouzo propinatimi, il mio palato cominciasse a malintendere.

Crema di whiskey, Grand Marnier e Kahlùa.

Ottimo, sinuosi ragionamenti mi partono nella mente, quando scende il liquido infiammabile nella gola.

Kahlùa, ufficialmente la Pernod Ricard, proprietaria del brand The Absolut Company, che lo produce, sostiene derivi da un termine arabo, dialettale, con significato di caffè.

 

 

Liquore messicano a base di rum o alcol neutro e caffè di specie arabica, fu inventato nel 1936 da un liquorista messicano Montalvo Lara, da un’idea venuta qualche anno prima, nel 1930, ai fratelli Alvarez, proprietari di un appezzamento di terreno dedicato alla coltivazione di caffè nell’areale di Veracruz, insieme ad un imprenditore locale, appassionato di alcolici, Blanco.

Inizia la commercializzazione del prodotto, che rapidamente ottiene successo.

Nel 1940 le esportazioni raggiungono il ricco mercato degli Stati Uniti d’America e nel 1960 il prodotto è rinvenibile in numerosi Paesi del mondo. L’Allied Domenecq che lo produceva, venne poi assorbita nel 2006 dalla Pernod Ricard tramite la controllata svedese “Vin and Spirit” nel marzo 2008.

Il Kahlùa contiene dunque caffeina, secondo i dati riportati dall’azienda produttrice, il liquore offre 100 parti per milione di caffeina, ossia 100 mg/l di liquore, dunque un piccolo calice di kahlùa da 45 ml ne contiene 5 grammi.

Nella sostanza appare al gusto un caffè quasi corretto, di certo non amaro, la percentuale alcolica? Varia dal 20 al 35%.

L’apprezzamento generalizzato per questo “caffè corretto” è tale che esiste un Kahlùa Day internazionale, il 27 febbraio.

Ovviamente la formula chimica e gli ingredienti esatti sono sconosciuti, ma in mixology questo liquore è molto apprezzato e non solo nel B52 così amato nella splendida Santorini.

Avete mai provato l’ottimo Black Russian?

 

 

Questo cocktail, peraltro facilissimo da preparare, fu inventato da Gustave Tops, bartender del Metropole di Bruxelles pare intorno al 1946, ed oggi è un cocktail ufficiale IBA. Certamente apprezzatelo maggiormente, gustandolo dopo pasto. In un Old Fashioned versate 50 ml di vodka e 20 ml di kahlùa e mescolate! E poi degustatelo lentamente…

Certo la consacrazione del Kahlùa si è avuta internazionalmente e cinematograficamente, direi, con la mitica pellicola “Big Lebowski”, in cui il protagonista ne ingollava dozzine per affrontare, a modo suo, la vita che gli si parava davanti.

Sempre creazione del geniale Gustave Tops del Metropole di Bruxelles, lo preparerete, versando in un tumbler basso 50 ml di vodka e 20 ml di kahlùa. Mescolerete attentamente e poi…una gettata di panna montata al momento, con una generosa shakerata…e vedrete che il destino, qualunque esso sia a voi riservato…, vi apparirà più dolce e più affrontabile!

Ah…per chi ama la leggenda dei popoli antichi del meraviglioso Messico, c’è chi sostiene che il nome non venga dall’arabo antico, ma dalla lingua nahuatl azteca ed in particolare dal termine “Acolhua”, ossia “casa del popolo”.

Si ma lo so volete qualche indicazione ufficiale sugli ingredienti dichiarati prima di annaffiarci il gelato alla crema che avete comprato ieri a casa.

Beh quelli dichiarati sono acqua, zucchero, estratto di caffè, rum da melassa, caffè qualità arabica.

Oggi è ritenuto il liquore al caffè più diffuso al mondo e Pernod Ricard ne richiama la vicinanza alle Kahlùa Ladies, gruppo di donne del jet set americano, che hanno contribuito a diffondere l’uso nell’oscura America degli Anni Sessanta, come un modesto rito quotidiano, capace di contribuire a diffondere l’idea di parità e libertà femminile.

Peraltro, le trecento tonnellate di caffè utilizzate annualmente per produrre il Kahlùa provengono da fonti sostenibili e sono inerenti a quattro comunità agricole della zona di Veracruz e ne costituiscono sostentamento economico fondamentale.

 

 

Bene, io poi dopo averne bevuto un altro paio di B52, sono passato ad un Espresso Martini e poi mi sono andato a tuffare nelle gelide, ma meravigliose acque cristalline di Santorini. Vi auguro di fare altrettanto, ma se non potete, va bene anche immergere il naso ed il palato nel Kahlùa attraverso uno degli iconici cocktail che lo hanno contribuito a essere un’icona nel mondo, ricordando le sue antiche e umili origini. Quelle messicane di alcuni signori che semplicemente volevano sorseggiare a fine pasto un liquore che unisse le loro passioni alcoliche, caffè e rum e che in parte contribuisse a raccontare il loro territorio cosi bello e affascinante, di cui anche all’Agricole Day abbiamo potuto apprezzare alcuni distillati di canna da zucchero interessanti, raccontati da quel mistico personaggio a tutti noto come Mezcaleros, dal nome della sua ditta, ossia Davide Di Stefano, che da anni contribuisce a raccontare interessanti storie sul mondo meraviglioso del Messico, attraverso il suoi distillati, il Mezcal innanzitutto ma anche i rum, che rappresentano un’altra tappa della storia di un terroir e di un popolo che ha davvero tantissimo da raccontare.

A proposito, poi, dopo il lungo e già citato bagno, sono riuscito a tornare in hotel quasi sobrio. Allora, Salute!

 

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