Ci sono serie tv – e non sono poche – dove si beve l’improbabile GlenCallan, e ce ne sono altre che, invece, farebbero venire l’acquolina in bocca anche a un astemio per il gran numero di bottiglie sapientemente distribuite nei vari episodi.
Nel mio percorso di spettatore seriale il premio, per quantità, qualità e varietà dei whisky mostrati, va sicuramente alla serie Justified.
La serie, tratta dai romanzi di Leonard Elmore, ha molte frecce al suo arco. Innanzitutto, ha il pregio di mostrarci un’America profonda, che non si appiattisce tra le ciclopiche torri di vetro e cemento di New York o sulle spiagge assolate della California.

È infatti ambientata nel Kentucky, per essere precisi nella contea di Harlan. Qui ci viene presentata l’America bianca e povera, sfruttata e abbandonata dalle compagnie minerarie che hanno estratto il carbone, per poi lasciare un territorio ormai depauperato e sventrato (si veda il processo minerario tramite la rimozione di cime di montagna).
Molti dei personaggi potrebbero essere arruolati tra le fila di quello che negli Stati Uniti viene chiamato white trash, ma noi li potremmo semplicemente definire redneck. Ad opporsi al protagonista, Rylan Givens, troveremo una sfilza di contrabbandieri, rapinatori di banche, prostitute, coltivatori di marijuana, membri della Dixie Mafia, alcolizzati e moonshiners.
Sì, perché presto scopriremo che la contea è una contea dry, cioè una contea in cui vige ancora, almeno parzialmente, il proibizionismo (per chi, come me all’epoca della visione, fosse ancora colpevolmente ignaro riguardo a cosa si intende per wet and dry county rimando ad un articolo di Claudio Riva).
Il protagonista si adatta perfettamente a questo poliziesco dal sapore western: si tratta di un marshall (e quindi non stiamo parlando di agenti dell’FBI o della DEA sotto steroidi) dal grilletto facile e dall’inconfondibile cappello bianco, che torna nella sua contea di origine dopo aver fatto un morto di troppo a Miami.
Ma veniamo al bourbon, vero e proprio personaggio secondario di questa serie, onnipresente e utilizzato con sapienza per arricchire di profondità e dettagli la narrazione.
Voglio portare un esempio chiarificatore di come il distillato in questione possa contribuire alla delineazione di personaggi e ambienti: il protagonista e il suo antagonista, Boyd Crowder, che hanno un passato come colleghi minatori, bevono Jim Beam e Wild Turkey, come tutti i personaggi appartenenti a quello che un tempo si sarebbe chiamato proletariato, mentre Art Mullen, il vicemaresciallo capo di Lexington, tiene nel suo ufficio una bottiglia di Blanton’s. I differenti bourbon diventano quindi uno strumento nelle mani degli sceneggiatori per dipingere le differenze socio-economiche fra colletti blu e colletti bianchi.
Il whiskey può tratteggiare anche l’evoluzione di un personaggio, come nel caso di Boyd Crowder. Il villain, personaggio proteiforme interpretato da Walton Goggins, nel corso della sua evoluzione e del suo tentativo di scalata alla gerarchia malavitosa del Kentucky meridionale, passa dal Wild Turkey all’Elmer T.Lee, per arrivare, nell’ultima stagione, ad aprire una bottiglia di Pappy van Winkle. Non voglio entrare troppo nei dettagli, nella speranza che i lettori siano talmente incuriositi da iniziare a guardare la serie, ma dietro queste bottiglie si manifesta una crescita del personaggio che è economica, di status e anche psicologica, soprattutto nel caso della particolarissima bottiglia di Pappy, la quale sarebbe una delle ultime bottiglie sopravvissute all’incendio del magazzino Pappy Van Winkle del ’95. «Solo tre casse sono rimaste intatte. Mio padre ha rubato una di quelle casse e io a mia volta potrei aver rubato una bottiglia da quella cassa.» afferma Boyd Crowder. Inutile dirvi che il rapporto fra Boyd e il padre criminale non è stato esattamente improntato al metodo Montessori…
E lo stesso Pappy viene usato per raccontare cose molto diverse quando a berlo è invece Emmitt Arnett, un uomo d’affari legato alla Dixie Mafia, che lo mescola al caffè: una sfacciata e quasi irriverente manifestazione di potere, che si oppone invece alla storia unica della bottiglia di Crowder, il quale, non a caso, la apre solo alla fine dell’ultima stagione, quindi al culmine del percorso.
Ma quali sono i bourbon e i whiskey utilizzati e citati, o per meglio dire bevuti, in Justified? Difficile farne un elenco esaustivo, ma eccone alcuni:
- Wild Turkey
- Jim Beam
- Blanton’s
- Maker’s Mark
- Wild Turkey Kentucky Spirit
- Pappy Van Winkle
- Elmer T. Lee
Una menzione d’onore va a Mags Bennett, principale antagonista della seconda stagione, che distilla la sua apple pie, ovvero un moonshine a 180 proof, tagliato con sidro, succo di mela, cannella e vaniglia.
La serie andrebbe rivista per cogliere i numerosi dettagli sulla cultura del bere del Kentucky, dal whisky on the rocks alla sua miscelazione, fino a come percepiscono i protagonisti gli altri distillati e alcolici (il protagonista Rylan Givens, durante un’avventura in Messico dirà che «il bourbon è facile da capire, ha il sapore di una calda giornata estiva», e per questo lo preferisce alla tequila).
In ogni caso, che Justified trasmetta una genuina passione per il bourbon è fuori dubbio: infatti dal 2016 Walton Goggins (Boy Crowder) e Matthew Alper (ex cameramen) hanno aperto una distilleria, la Mulholland Distilling, che produce American Whiskey, Gin e Vodka.
A questo punto se la lettura ha suscitato in voi qualche interesse non rimane che recuperare la serie su Amazon Prime e guardarla prestando un occhio ai nostri amati distillati, ma a chi scrive è venuta sete ed è quindi il momento di versarsi uno Shenk’s Homestead Kentucky Sour Mash Whiskey acquistato alla Whisky Week di Firenze organizzata da WhiskyClub Italia.




