Nonostante i dati positivi dell’export di Irish Whiskey, proprio dall’Irlanda giungono le notizie più preoccupanti sul futuro dell’industria del whisky.
La Irish Distillers – il grande colosso di Midleton controllato da Pernod Ricard, produttore dei marchi irlandesi più importanti (come Jameson, Redbreast, Powers e Method & Madness) e sino a pochi anni fa artefice della quasi totalità della produzione irlandese – ha annunciato la sospensione della produzione per almeno tre mesi, da inizio aprile sino all’estate. Tutto questo accade dopo l’annuncio di Pernod del 2022 di un investimento di 250 milioni di Euro per la realizzazione di una nuova enorme distilleria a Midleton che avrebbe dovuto entrare in funzione proprio nel 2025.
Dopo la bancarotta di Waterford di novembre – una azione avviata per accelerare l’ingresso di nuovi soci e che, purtroppo, ad oggi non ha visto evoluzioni – le certezze sulla crescita record dell’Irish Whiskey iniziano a vacillare.
Dall’altra parte dell’oceano, Diageo pochi giorni fa ha annunciato la sospensione della produzione presso la grande distilleria di Lebanon, in Kentucky.
In Scozia, sinora, si è acceso solo l’allarme di Glenglassaugh. A fine gennaio un operatore aveva annunciato il proprio licenziamento e la sospensione delle attività della distilleria a tempo indeterminato. Brown Forman era subito intervenuta con un comunicato, in cui venivano confermati i licenziamenti ma non la sospensione della produzione, che sarebbe continuata in modo discontinuo sotto la supervisione della forza lavoro di Benriach.
Tutte le distillerie non hanno usato nei loro comunicati il termine di crisi del mercato, ma hanno fatto riferimento alla necessità di “adeguare” il loro programma di produzione.
Una situazione che rischia di peggiorare drasticamente con l’introduzione dei dazi annunciati dalla amministrazione Trump.
Cosa significa sospendere le attività di una distilleria?
Una domanda che sembra poter avere solo risposte scontate. Il termine inglese di messa in naftalina (mothballed) è molto efficace nel descrivere cosa succede alle distillerie messe in pausa.
Le distillerie possono godere dell’enorme volano delle disponibilità a magazzino. Stock che, in condizioni di mercato sofferente, tendono ad essere sovradimensionati e che possono garantire anni di “fatturato” anche in assenza di produzione.
Le vendite, il marketing e la comunicazione possono continuare indisturbate, mentre i costi di produzione vengono ridotti al minimo. Il personale ridondante, viste le dinamiche contrattuali anglosassoni, viene immediatamente lasciato a casa.
Si azzerano tutti gli acquisti, come quelli del malto e delle botti nuove. Si azzerano anche gli importanti costi energetici, una voce molto importante per ogni distilleria.
Si rimanda di qualche mese l’analisi dell’evoluzione del mercato e, solo a fronte di segnali positivi, si procederà a ripristinare la situazione pre-naftalina.
Ma non è tutto qui. Dopo anni di internazionalizzazione degli acquisti di cereale, nell’ultimo decennio molti agricoltori britannici e irlandesi hanno ripreso a coltivare orzo, accorciando di parecchio la filiera produttiva.
La prima cosa che avrà fatto la Irish Distillers sarà stata quella di informare le fattorie con cui collaborano che per i prossimi tre mesi tutti gli ordini sono da considerare annullati. E tutto questa è accaduto negli esatti mesi in cui si sta procedendo alla raccolta della semina invernale, che resterà invenduta. I prezzi dell’orzo crolleranno, e gli stessi coltivatori protagonisti della rinascita riterranno sconveniente proseguire con la coltivazione di cereale. Si ritornerà indietro di 10/15 anni.
Poi c’è il legno. Con una capacità produttiva annuale di 64 milioni di litri di alcol puro, presso l’impianto di Midleton ogni giorno 300.000 litri di new make devono finire in botte, l’equivalente di 1.500 american barrels. Tre mesi di stop equivalgono a 135.000 mancate botti, e al sicuro licenziamento di una quantità considerevole di operatori delle Cooperage.
Insomma, un sistema che – a fatica – si era adeguato a sostenere folli volumi di produzione, dovrà necessariamente scalare verso il basso. Chi pagherà non sarà il management che ha deciso di investire ingenti capitali per la crescita della distilleria, ma la classe operaia.




