Il termine “Whisky Loch” (letteralmente “Lago di Whisky“, come lo scriverebbero gli scozzesi) si riferisce a un periodo di grave sovrapproduzione e crisi che ha colpito l’industria dello Scotch whisky durante la prima metà degli anni ’80.
Origine storica del nome
Coniato sulla falsariga del “Lago di Vino” (Wine Lake) dell’Unione Europea, il termine Whisky Loch descriveva l’enorme eccedenza di scorte accumulate nei magazzini scozzesi dopo il boom di produzione irrazionale negli anni ’70.
Nel vino, il fenomeno si è manifestato per la prima volta intorno alla metà degli anni ’80 ed è riemerso a metà degli anni 2000. La Politica agricola comune dell’UE prevedeva una serie di sussidi per i produttori di vino, cosa che ha portato a un eccesso di offerta. Questo surplus ha costretto a una revisione degli aiuti comunitari.
Cause della crisi
Diversa la situazione nel mondo Whisky, che è sempre stato interpretato come un bene di lusso (e non agricolo), e che non ha quasi mai potuto beneficiare di aiuti politici, ma – al contrario – ha subito nei decenni un generale rincaro delle accise (il vino, diversamente da birra e distillati, è in molti mercati sottoposto ad accisa zero).
Dopo due decenni di euforico boom economico (anni ’60 e ’70), con conseguente potenziamento degli impianti produttivi e aumento esponenziale dello stock in maturazione, la domanda globale di whisky crollò improvvisamente negli anni ’80. La causa è essenzialmente da ricercare nel cambiamento dei gusti dei consumatori (che iniziarono a preferire bevande più leggere e modaiole come la vodka aromatizzata) e nella recessione economica mondiale.
Conseguenze del Whisky Loch
Diversamente dal vino, un periodo di calo di domanda di whisky può essere affrontato con una “differente serenità“. Ogni distilleria accumula normalmente parecchie scorte di liquido in maturazione e questo aspetto offre loro la possibilità di “sospendere temporaneamente” la produzione di nuovo new make, e di ridurre in modo sensibile i costi di produzione, che si troveranno limitati alla sola gestione delle scorte. Un efficace ammortizzatore economico.
La distilleria può sostanzialmente essere “messa in naftalina” (il termine utilizzato è infatti mothballed), in attesa che tornino tempi migliori, tempi che sono arrivati solo a metà degli anni ’90, grazie allo spostamento di interesse dai Blended ai Single Malt.
La situazione di un mercato in decrescita introduce comunque parecchio stress finanziario, un aspetto che – per i gruppi con bilanci già vacillanti – può rivelarsi fatale.
L’eccesso di offerta degli anni ’80 portò, tra il 1982 e il 1983, alla chiusura di quasi 30 storiche distillerie di Scotch, tra cui nomi oggi leggendari (al punto di essere rinati) come Port Ellen e Brora. Sono gli anni in cui i grandi gruppi che avevano dominato la ripresa del dopoguerra hanno accorpato siti produttivi e brand, dando vita alle attuali poche multinazionali che monopolizzano la produzione mondiale degli Spirits.
Diversamente dalle due sopra citate, molte di queste distillerie mothballed non potranno mai più riprendere a produrre, perché i loro edifici sono stati successivamente venduti, demoliti e sostituiti da immobili commerciali o residenziali. Sono le Ghost Distilleries, le cui ultime bottiglie disponibili sul mercato sono oggetto di maniacale ricerca da parte degli appassionati e dei collezionisti.
Le chiusure più significative durante il Whisky Loch sono quelle di Banff (1983), Port Ellen (1983, riaperta nel marzo 2024), Convalmore (1985), Coleburn (1985), Dallas Dhu (1983, trasformata in museo e in corso di riapertura), Brora (1983, riaperta nel maggio 2021), Hillside (1985), Glenury Royal (1985), Linlithgow (1983), North Port (1983), Glen Flagler (1985), Glen Lochy (1983), Glen Albyn (1983) e Glen Mhor (1983).

Stiamo vivendo un nuovo Whisky Loch?
Esperti del settore e testate come il The Guardian segnalano il timore di un nuovo “Whisky Loch” a causa del calo delle vendite globali (giù del 3% nel 2025) e dell’aumento delle scorte invendute. Questo ha spinto giganti come Diageo e Suntory a sospendere o ridimensionare temporaneamente la produzione in alcuni siti.
La pandemia (2020-2021) ha sicuramente dopato le vendite negli ultimi cinque anni, un aspetto che rende difficilmente leggibili le statistiche dal 2020 in poi. Dando un occhio ai “future” del mondo whisky, così come compilati e proposti prima della tempesta Covid, nel 2019, il decennio 2020-2030 era descritto come un periodo di crescita importante. Se – come probabile, valutando anche l’attuale clima di instabilità politica – non assisteremo nell’immediato ad una ripresa dei consumi, potremo già dichiarare come irrealizzabili gli obiettivi scritti solo pochi anni fa.
Le previsioni per il mercato globale del whisky pubblicate durante l’anno record del 2019 indicavano generalmente una crescita forte e costante per il decennio successivo, trainata dalla premiumizzazione, dall’aumento della domanda nei mercati emergenti (in particolare India e Cina) e dalla crescente popolarità del whisky artigianale americano. In molti report era stimato un tasso annuale medio di crescita (CAGR) del 4,9-6,5% tra il 2019 e il 2026.

Quello che è in realtà sta accadendo lo abbiamo già ben intuito negli ultimi 2 anni. Mentre tutti attribuivano al necessario assestamento post Covid l’origine della diversa aria che si iniziava a respirare, lo Scotch Whisky iniziava a segnare trend negativi, i mercati emergenti già nel 2024 rallentavano in modo sensibile le importazioni e diventava sempre più evidente la crisi profonda del modello craft statunitense e irlandese. E tutto questo ancora prima che si iniziasse a parlare dei dazi sconsiderati dell’amministrazione Trump.
Quindi, cosa potrà accadere durante questo 2026? Impianti mothballed, nuove distillerie che portano i libri in tribunale e – cosa che abbiamo visto anticipata nei mesi scorsi nei duty free britannici – un generale calo dei listini di vendita e un invecchiamento progressivo degli stock (i nuovi imbottigliamenti Travel Retail Exclusive che abbiamo visto comparire negli aeroporti non sono più NAS, ma hanno quasi tutti una dichiarazione di età, solitamente superiore ai 10 anni).
Insomma, niente di nuovo. Dopo aver sperimentato la produzione “ancestrale” del single malt e quella craft americana, cosa mai potrà inventarsi il mercato del whisky per invertire nuovamente il trend?


