Il Waragi in Uganda

Il Waragi in Uganda

Mentre in Gran Bretagna viene proposto il Dry January, ossia il primo mese dell’anno in cui non bere alcolici per motivi salutistici, clamorosamente inattuato da Macron in Francia e Claudio Riva a Cuba, non possiamo non parlare del Waragi, distillato ugandese, lascito, in qualche modo, della coloniale dominazione inglese in quelle contrade.

Difatti, gli Inglesi, si sa, amano molto il Gin, bevanda peraltro nata altrove e nazionalizzata nel Paese dell’attuale e giovane re Carlo, e quando furono in Uganda, comme d’habitude, lo portarono al loro seguito per annegare la nostalgia dei verdi prati britannici nelle alcoliche bacche distillate del buon ginepro.

Del gin si sa si innamorano in tanti e tra questi immancabilmente ci furono gli Ugandesi.

 

Le origini del Waragi

Nel 1960 il Governo del Protettorato coloniale emanò il Liquor Act, che, sebbene motivato ufficialmente dal desiderio di evitare quella che in Gran Bretagna era stata alla fine del Settecento la scellerata epoca del Gin Craze, durante la quale ogni Inglese beveva mediamente dieci litri di Gin al giorno, in realtà puntava a limitare la produzione di distillato locale a favore del prodotto da importare dalla Madrepatria.

 

 

All’epoca, infatti, i Moonshiners ugandesi erano molto attivi ed anche se i metodi produttivi utilizzati farebbero preoccupare i consumatori di oggi più attenti e consapevoli, gli effetti sul mercato locale erano di un maggior successo commerciale per il gin locale rispetto al più noto distillato di Sua Maestà.

I politici locali riuniti nell’UGC, Uganda People’s Congress, protestarono asserendo che invece che limitarle la produzione, i Britannici avrebbero dovuto consentirne la produzione attraverso una vera Distilleria, sottoposta al controllo delle Autorità ed in grado di produrre distillato meno nocivo per la salute umana.

Il Tempo si sa è galantuomo e le richieste degli appassionati ugandesi furono esaudite quando l’Uganda conquistò la propria indipendenza nel 1962, e l’UPC al potere ordinò la creazione di una vera Distilleria del Paese denominando il gin li’ prodotto “Uganda Waragi”.

Waragi in lingua luganda significa “war gin”, e difatti esso veniva adoperato per mantenere alto il morale delle truppe coloniali africane utilizzate dagli stessi Inglesi alla metà del secolo scorso nella lotta per la conquista delle terre ricche di cobalto e rame.

Insomma, nel 1965 l’Uganda emana l’Enguli Act, dove Enguli è il termine per indicare il distillato locale, con il quale atto venivano incoraggiati i moonshiners a produrre spiriti solo dietro licenze statali, ma soprattutto a conferire il loro distillato alla Distilleria nazionale da poco creata, la Uganda Distilleries Ltd.

La bottiglia che usciva da tale Distilleria aveva l’etichetta “Uganda Waragi”appunto.

Tutto molto bello, senonchè tale disposizione normativa non ebbe molto successo nel controllare la distillazione clandestina, la quale tuttavia continuò a prosperare.

E ancora oggi in ogni bar e mercato dell’Uganda è possibile rinvenire il Waragi, a volte distillato a regola d’arte ma molto spesso con problemi di seria adulterazione.

Difatti, nell’Aprile del 2010 una partita di waragi a base di banana e adulterato con metanolo causò la morte di ottanta persone, in quello che il corrispondente della BBC Joshua Mmali definì l’avvenimento che da molto tempo fino ad allora aveva causato la morte simultanea di più persone.

 

Come si produce il Waragi

Quali sono le materie prime alla base del Waragi? Oggi principalmente manioca, banane o canna da zucchero.

 

 

I più popolari oltre al Waragi Uganda sono il Lira Lira ed il Kasese. Il Lira Lira viene prodotto pincipalmente con farina di manioca e canna da zucchero e prende il nome dalla città di produzione, ossia Lira, mentre il Kasese è un distillato molto alcolico a base banana.

La fermentazione avviene dopo la resa in poltiglia della materia prima o l’estrazione del succo dalla stessa se a base di canna da zucchero e la successiva distillazione artigianale. Questa è sicuramente più controllata e salubre se il prodotto è destinato all’estero e prevede due o tre distillazioni mediante moderni alambicchi a colonna.

Laddove invece il waragi sia destinato al più popolare e meno ricco mercato interno, spesso la colonna di distillazione manca della sezione atta alla rettifica e il prodotto può risultare di insalubre consumo.

Il consumo di alcol illegale è purtroppo molto diffuso nel Paese africano anche perché molto economico risulta un bicchiere di waragi distillato clandestinamente rispetto a quello ufficiale, costando meno di un sesto di quest’ultimo. Non esiste una certezza della pena e anche se il moonshiner non autorizzato venisse colto in fragrante, se la caverebbe con una sanzione pecuniaria di circa due euro o una reclusione fino a sei mesi, cui però si giunge molto raramente.

Un rapporto datato ma sempre attuale come quello dell’Oms, dal titolo “Noncommunicable Diseases Country Profiles-Uganda” del 2014 classificava il Paese come uno di quelli più a rischio per il forte consumo di alcol, pari a circa 9.8 litri procapite.

Oggi Waragi indica sostanzialmente l’alcol di produzione soprattutto casalinga, un po’ come quei liquori o distillati che in epoche recenti ma soprattutto lontane i nostri avi preparavano, a volte inconsapevoli sui rischi, nelle proprie case per il loro diletto.

L’Uganda Waragi ancora prodotto orgogiosamente dalla Uganda Breweries Limited, filiale della East African Breweries Limited, di cui è azionista di maggioranza Diageo, si basa su bacche di ginepro greche con una connotazione piccante data dalla scorza di lime ed è un gin che vanta tra le sue botaniche la presenza di lime, appunto, noce moscata e corteccia di cassia, tra le altre. Richiama la tradizione la tripla distillazione che risale al 1962 per una ricetta ricavata da un gruppo di ventisei originari miscelatori che crearono in quellì’anno la prima Associazione di Distillatori, guidata dal Maestro Joel Sentamu.

Esistono poi due altre varianti sempre prodotte dalla stessa azienda, l’Uganda Waragi al gusto di cocco e l’Uganda Waragi al gusto di ananas.

L’Uganda Waragi ha sulla propria etichetta i colori della bandiera ugandese e l’immagine della gru crestata, simbolo della liberta’di questo popolo.

Ne bevo un goccio mentre leggo lentamente, quasi degustandolo, il poema ugandese di Okot P’Bitek, “Song of Lawino and Song of Ocol” che parla dell’incontro o a volte dello scontro tra due culture, quella coloniale e quella autenticamente africana.

Buon sorso di libertà distillata.

 

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