Il Samogon

Il Samogon

Io davvero non so perché Bonutti non vi abbia mai raccontato di quella volta in Tajikistan.

Eppure era stato proprio lui, allora quasi imberbe bevitore di grappa di moscato, a convincere Il Riva e il Terziotti che il futuro dei distillati andasse ricercato nella neonata nazione ex russa del Tajikistan e precisamente nella regione del Badakshan, dove si produceva un ottimo Samogon da delle succulente more locali. Si era poi unito in quel lontano 8 dicembre del 1997 anche il Benvenuto, alla ricerca delle prime esperienze alcoliche e desideroso di raccontare il mondo.

Dal 1992 al 1997 in effetti una dolorosa guerra civile aveva spaccato il Paese, che pure aveva ottenuto l’indipendenza dall’Unione Sovietica il 24 ottobre dell’anno del Signore 1991.

Da sempre l’economia della nazione è legata all’agricoltura e all’industria mineraria, ma non so perché Davide Terziotti fu trattenuto, inizialmente, all’ufficio doganale dell’aeroporto di Dushanbe (DYU), proveniente come noi altri da Istanbul. Pare che il solerte funzionario tajiko lo avesse scambiato per un noto falsario di oggetti di alluminio del Nord Italia, ed allora le parole di inglese di Davide con l’accento di Pegognaga che riusciva a comprendere Shahrukh, il doganiere, ci fecero perdere 45 minuti prima che il Tajikistan si convinse che il Terziotti non avrebbe mai contrabbandato alluminio, materia prima di cui il Paese era ricco, anche perché materiale di scarso contenuto alcolico.

Riva allora era un magro skipper padrone del mare di Toscana e vecchio bucaniere che vantava un’odalisca diversa in ogni porto di mare, ancora non aveva scoperto il Laphroaig ma già era desideroso di alcol e avventura, da quando, appena adolescente, aveva seguito meticolosamente le avventure della Tigre di Mompracem, Sandokan, nate dalla pena meravigliosa di Salgari, e programmate dal primo canale della tv di Stato italiana, una volta a settimana.

Io e Bonutti invece ci aggregammo convinti che qualche superalcolico interessante lo avesse anche il popolo tajiko.

Il Bonutti insistette tanto e alla fine ci convinse a noleggiare un capace veicolo, dalla robustezza assoluta, il russo Kamaz, un camion fuoristrada nato per l’uso in condizioni impervie, che vide il suo primo apparire nel 1969 a Naberezhnye Chelny in Russia. In effetti, poi, l’8 dicembre era pieno inverno, con temperature che allegramente possono arrivare anche a -20 gradi. Insomma, non so come ma riuscimmo a imboccare l’autostrada M41 che collega Dushanbe a Khorog la capitale della regione del Badakshan. Ci avevano detto all’aeroporto che con un po’ di fortuna e chiedendo ogni tanto in giro a qualche essere vivente, in dieci-dodici ore, saremmo arrivati a destinazione.

Beh si ragazze e ragazzi, ne valeva la pena.

Sul percorso, laghi naturali e valli fertili e pittoresche si alternavano e ogni tanto qualche persona appartenente ai Pamiri, insieme a degli splendidi Yak, adibiti a trasporto merci, usciva da strada per osservare questo strano camion guidato da strani occidentali. Il tutto avveniva mentre il Bonutti ci assordava le orecchie mettendo su a tutto volume la nota canzone Samarcanda di Vecchioni su un vecchio mangianastri di fabbricazione, forse, friulana.

Claudio ebbe un’intuizione e quando la capitale della regione si approssimava, in preda alla necessità di provvedersi di beni alcolici, chiese in un oscuro cirillico, appreso da una siberiana conosciuta, in vestiti succinti, in barca a vela, ad un indigeno come procurarsi il famoso Samogon, di cui aveva sentito parlare e che era stato il richiamo giusto per far accorrere gli altri viaggiatori nel simpatico stato asiatico.

Sappiate miei cari lettori, che prima del periodo della vecchia Unione Sovietica la produzione di questo potente distillato era diffusissima tra il popolo. Popolo che continuò a distillarlo, pur quando l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ne aveva proibito la produzione e aveva riconosciuto la stessa passibile di reato amministrativo. Le more, di cui la regione era naturalmente ricca , erano state via via, però, messe in disuso e sostituite dall’importazione di merci come lo zucchero, la farina ed altri prodotti che avevano sostituito i beni prodotti dalle ottime more locali. Solo dopo la Guerra Civile del 1993, le more, base del distillato locale, avevano ripreso la giusta centralità sulla scena alimentare e sociale del Paese.

Claudio dunque convinse Nadir, un pastore locale, a ospitarci nella sua umile ma funzionale dimora e a farci assaggiare il distillato che, praticamente, ogni famiglia, lì, autoproduceva per il proprio fabbisogno.

 

 

Apprendemmo dunque da Nadir che, per preparare questo spirito, occorreva riempire a metà un contenitore in terracotta con delle more essiccate, poi riempirlo con acqua calda finché si formi uno spazio vuoto di soli quindici centimetri. Successivamente era necessario coprire il contenitore con una coperta e lasciarlo al buio in luogo asciutto. Dopo qualche giorno, a volte due settimane, ci si accorgeva che il processo fermentativo era terminato, accostando un esperto orecchio a questa sorta di khum, che conteneva il fermentato. Il composto veniva poi posto a distillare in un pittoresco alambicco di rame costruito a mano da ogni famiglia.

Erano necessarie, venimmo a sapere, ben tre distillazioni, e un test finale per sapere se il distillato fosse stato fatto a regola d’arte. Occorreva provare a dargli fuoco, se il liquido risultava infiammabile, tutto era stato completato a regola d’arte. E dunque finalmente lo si poteva consumare quotidianamente in ogni focolare domestico.

Nel nostro viaggio che toccò molte regioni incontrammo diversi Samogon, realizzata con ingredienti e procedimenti tradizionali, tipici di ogni regione, con sentori che variavano dalla frutta fresca a quella secca, a erba di campo, a note di fumo e di macchia. Una dolcezza mai stucchevole sempre temperata da una nota acidula selvatica, non spiacevole. Per una gradazione alcolica variabile tra i 30 e i 60 gradi.

 

 

Naturalmente il Bonutti ometterà che la sua valigia era piena si Samogon e che all’aeroporto solo una robusta elargizione di sciarpe e merci friulane consentì il passaggio doganale di questo piacevole spirito, che una volta, a Molteno, casa natale dello skipper Riva, in pochi giorni si esaurì, lasciando ai viaggiatori una triste nota di mancanza alcolica, che poi avrebbero sopperito viaggiando in Transnistria qualche tempo dopo. Ma questa storia già la conoscete, ora però dovete anche voi andare il Tajikistan a provare il Samogon o fidarvi del racconto mio o del Bonutti.

 

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