Il Ron Santiago de Cuba

Il Ron Santiago de Cuba

Dopo essermi detto “No, Cuba non fa per me, sicuramente non ci tornerò”, mi trovo da un paio di giorni ad ascoltare fisso il Chan Chan di Buena Vista Social Club. Quattro settimane dopo averla salutata, qualcosa dentro di me sta accadendo.

Completo il racconto del mio tour cubano-giamaicano con il resoconto dell’esperienza a Santiago de Cuba, sufficientemente negativa da costringermi a meditare a lungo sulle parole da utilizzare.

Nessuna possibilità di organizzare una visita al Museo di Ron Santiago de Cuba dall’Italia, richieste tutte cadute nel vuoto. Nessun riferimento ad esperienze prenotabili sul loro sito web, che rimane focalizzato sul brand e racconta una realtà di gioia sulle strade di Cuba, cosa che è molto distante dalla situazione reale.

“Andrò là e vedrò di trovare una soluzione”, ho visitato quasi un migliaio di distillerie senza essermi prenotato, cosa vuoi che sia? Risultato fallimentare, per il sottoscritto e per la non-distilleria che ha sede nella capitale della rivoluzione cubana, nonché culla del Ron Ligero.

Non mi sono avvelenato il dente, “Sono a Cuba, è normale che le cose possano essere un poco complicate”, peccato che tre settimane prima la visita al Museo del Ron di Havana Club si era conclusa con miei commenti euforici.

 

 

Santiago de Cuba

E dire che le premesse erano molto buone.

Santiago de Cuba è stata, sino al 1589, la prima capitale di Cuba. Un importante porto, protetto da una ampia insenatura naturale, da cui partiva la quasi totalità dello zucchero cubano verso l’Europa. Non è una importante meta turistica, il che la sta esponendo più duramente alla crisi economica che sta distruggendo il tessuto sociale di Cuba, ancor prima di quello economico.

È qui, e nelle circostanti montagne della Sierra Maestra, che ha preso vita la Rivoluzione cubana. È qui che Fidel Castro ha orchestrato il 26 luglio 1953, guidando un gruppo di ribelli inesperti, l’attacco alla base militare Moncada. Un prologo miseramente fallito del suo grande successo che ha preso forma il 2 gennaio 1959, quando è entrato trionfante a Santiago, tra la folla in festa.

Da allora il 1° gennaio di ogni anno si festeggia il Triunfo de la Revolución, la festa della Bandiera con la stella solitaria, che, per disposizione di Fidel, ogni 5 anni deve tenersi a Santiago.

Festeggiamenti che ho centrato in pieno, sono arrivato in città la sera del 30 dicembre, poche ore prima del 65° anniversario della Rivoluzione. Ho trovato un clima piacevolmente vivace, con cibo di strada e concerti in Plaza de Marte, e rigidi controlli di sicurezza in centro, intorno alla bellissima Cattedrale, per la prevista presenza di Raul Castro e del Presidente di Cuba.

 

 

Il tragitto in bus, che da Trinidad mi ha portato ad attraversare tutta la parte orientale dell’isola sino a raggiungere Santiago de Cuba (600 km), alla fine è durato una infinità, quasi 22 ore. Ho attraversato i campi che sono stati protagonisti nel maggio 1959 della riforma agraria, quando i terreni confiscati ai latifondisti spagnoli sono stati distribuiti alla popolazione. Terreni purtroppo oggi in completo stato di abbandono, tutti tranne quell’enorme distesa di canna da zucchero che mi ha accompagnato nelle ultime quattro ore di viaggio, poco prima dell’arrivo a Santiago.

 

Ron Santiago de Cuba

Ho ben presente la generosa disponibilità dei Maestros Roneros durante il webinar dedicato al Ron Santiago de Cuba che avevamo registrato nel maggio 2021 sotto il cappello di Rum Club Italia. Un evento, quello del coinvolgimento delle persone più rispettate di Cuba, assai raro.

La realtà che ho scoperto nel capoluogo dell’Oriente di Cuba mi è parsa assai diversa da quella raccontata dal marketing internazionale: un mondo, quello del Ron di Santiago, troppo misterioso, sempre indecifrabile, mai incline ad affascinare l’appassionato.

Fondamenta che considero non adeguate per un brand che punta, in modo convinto, a conquistare i mercato globali.

 

La Bodega Don Pancho a Santiago de Cuba

 

Il lungomare di Santiago è dominato nella sua parte settentrionale dalla ex Fabbrica Bacardi. Due sono le imponenti strutture, da una lato della strada la parte produttiva con gli uffici e l’imbottigliamento, dall’altro l’enorme magazzino di invecchiamento, la Bodega Don Pancho. A lato degli uffici due porticine conducono alla Tienda, il negozio, e al Museo del Ron.

Ricordo che nessuna produzione è oggi effettuata in questi edifici di Santiago de Cuba, città che grazie a Bacardi è stata la culla del Ron Ligero. Consiglio la lettura dell’articolo che avevo scritto ad inizio avventura.

Chiaramente mi sono piazzato per quasi una settimana davanti a queste due porte, nella speranza di poter visitate il museo e la fabbrica. Complice il periodo di festa e una totale mancanza di comunicazione – non dico sui social, sarebbe fantascienza, ma nemmeno con un cartello scritto a mano appeso sulla porta – mi è stato impossibile capire gli orari di apertura. Faccio telefonare e mi viene risposto che il 2 gennaio il museo sarebbe stato aperto, ci arrivo puntuale alle 9 di mattina, museo chiuso e shop aperto, vi entro chiedendo informazioni e mi viene detto che il museo era aperto, faccio notare che la porta (che dista 5 metri da quella del negozio) era bloccata da un imponente lucchetto, niente l’addetta non ci crede e mi è toccato accompagnarla fuori in strada per mostrarle la situazione. In tutto questo, ogni volta che uscivo e rientravo, i due musicisti presenti in sala si risvegliavano dal letargo e ripartivano a suonare la stessa canzone da capo. Scena fantozziana resa ancora più ridicola da quel clima da uffici pubblici di 50 anni fa, affollati da persone svogliate intente a farsi gli affari loro e a ribaltare le responsabilità su altri.

 

 

Morale, quello che non ha potuto l’approccio diretto, è stato possibile grazie a qualche mancia e all’intervento del solito infallibile “cugino” del mio padrone di casa, che mi ha fatto vivere l’esperienza del Museo del Ron. Inizialmente posizionato nel centro storico, in una abitazione in passato occupata dell’entourage di Bacardi, poco prima della pandemia è stato appunto spostato nella fabbrica. Deludente, molto deludente se confrontato con quello di Havana Club a L’Avana. A Santiago sono presenti tre piccole sale con pochi reperti e pannelli informativi. La prima sala è dedicata alla storia e alla produzione del Ron, la seconda all’importanza dei Maestros Roneros. Il tour, per quanto avevo capito, avrebbe poi portato a visitare la Bodega di invecchiamento Don Pancho, già mi immaginavo camminare negli ampi corridoi, avvolto da decine di migliaia di botti e dal loro inebriante aroma. E invece eccomi nella terza stanzetta ad ammirare una piccola e inutile ricostruzione del magazzino, una piccola parete con una manciata di botti. Tornato nello shop, mi è stato offerto un assaggio dell’añejo 8 anni… ovviamente con accompagnamento musicale.

Una esperienza negativa, chiaramente condizionata dalla scarsa indole turistica di Santiago, peggiorata dal costo proibitivo delle edizioni limitate, un aspetto completamente disallineato dalle emozioni che ho potuto cogliere e dal contesto economico cubano.

 

 

I Maestros Roneros

Volendo salvare qualcosa, recupero un paio di informazioni raccolte dai pannelli del museo e dal materiale che mi è stato inviato per il nostro webinar del 2021.

Chiaramente lo stile del Ron de Cuba ruota attorno all’importanza della figura dei Maestros Roneros.

 

 

Il mestiere del Maestro Ronero non si impara a scuola, deve nascere dalla passione e da una fiducia smisurata verso le generazioni precedenti. Questo è molto “cubano”.

Fino al 1862 a Cuba, così come nel resto del mondo, si conosceva un solo stile di rum, quello heavy. L’innovazione introdotta in quegli anni a Santiago de Cuba è passata attraverso un aggiornamento tecnologico e il desiderio di rendere più morbida la bevuta di un bicchiere di Ron. I Maestros Roneros riuscirono a dare all’aguardiente de caña un gusto più delicato, utilizzando un sistema di distillazione a colonna e botti di rovere di secondo uso. Uno stile leggero, che è diventato emblema dello rum dell’isola.

Quella del Maestro Ronero è una tradizione ininterrotta da oltre 160 anni. Tramandata di generazione in generazione, nessun Maestro si considera “proprietario” della cultura, ma ne è custode.

 

 

Per tutti gli altri aspetti relativi all’affinamento, al disciplinare e all’importanza dell’aguardiente, rimando agli approfondimenti già scritti. Sempre interessante scoprire come viene definita l’aguardiente, non un ingrediente in grado di arricchire una ricetta, ma “uno spirito di qualità inferiore perché distillato ad una gradazione più bassa”.

 

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