Il Cognac alla guerra dei dazi

Il Cognac alla guerra dei dazi

Proprio in questi giorni di un’incerta estate meteorologica europea, ricorre il tema dei dazi che l’Unione ha deciso di imporre sulle arrembanti auto cinesi, provocando le ire del grande Paese dell’Oriente, che immediatamente, sia pur non ufficialmente, ha paventato delle contromisure rabbiose. Queste contromisure prenderebbero di mira alcune merci e beni particolarmente apprezzati dai consumatori cinesi, ed in particolare vini e soprattutto il vero oro di Francia, Sua Maestà il Cognac.

Già durante il recente incontro vis-a-vis a Parigi tra Macron e Xi Jinping, il leader cinese avrebbe, come al solito, con una mano minacciato e con l’altra accarezzato il leader francese, assicurando un lento esame di un’indagine antidumping aperta dalla popolosa nazione dell’est, che avrebbe messo sotto inchiesta il noto brandy della Charente per una presunta violazione delle regole di concorrenza, insieme ad alcuni tipi di vino e appunto di brandy europei.

Tuttavia, pochi settori merceologici della vecchia Europa sono così dipendenti dal successo delle esportazioni come il business del Cognac, che vede esportate il 98% delle bottiglie prodotte e soprattutto vede la Cina, dopo gli Stati Uniti d’America, come il principale mercato per il distillato prodotto con i vini realizzati nelle sei zone francesi della Champagne e dei Bois a nord di Bordeaux.

 

 

Infatti secondo gli ultimi dati disponibili, pubblicati dal Bureau National Interprofessionnel du Cognac (BNIC) il mercato cinese costituisce il 19,4% del totale delle esportazioni del distillato caro a Churchill ed è senz’altro il più profittevole per i distillatori della Charente. Dovesse la Cina introdurre dei nuovi dazi contro il Cognac, i produttori francesi avrebbero serie difficoltà a trovare facilmente una soluzione per la commercializzazione del loro brandy, se si pensa che l’introduzione di analoghe misure(precisamente dazi fino al 218,4%) contro il vino australiano da parte della nazione cinese ha devastato il settore vitivinicolo dell’Outback, cancellando quasi interamente il volume delle esportazioni che ammontavano a 1,1 miliardi di dollari a tutto il 2019.

Ad oggi, secondo il BNIC, l’ammontare del settore del Cognac in Francia dà lavoro a circa 72.500 persone con un totale esportato di circa 3,35 miliardi di euro. La paura secondo l’esperto professore Jean-Marc Figuet, docente alla Scuola di Economia di Bordeaux e specialista del mercato enologico, è che il Cognac sia “totalmente preso in ostaggio” dalla Cina, che usi l’arma dei dazi contro il brandy francese come minaccia contro ulteriori misure europee a tutela delle merci e dei beni del Vecchio Continente. Secondo l’Agi, Lo stesso Macron si è detto recentemente impegnato a garantire che “gli interessi francesi siano protetti durante e alla fine della procedura avviata dalle autorità cinesi” e che in ogni caso “egli presta la massima attenzione alla questione del Cognac”.

 

 

Tutto ciò avviene dopo un anno difficile per i produttori della Charente che hanno visto nel 2023 diminuire le esportazioni a 165,3 milioni di bottiglie contro i 212,5 milioni del 2022, che risultava già in calo rispetto al 2021. A questo trend, per la verità, contribuiscono in maniera decisiva gli Stati Uniti d’America, che nel 2023 hanno fatto registrare un minor interesse per il Cognac, diminuendo di circa il 45% le importazioni, sempre secondo il BNIC, perché ancora dotati di vaste scorte di bottiglie acquistate durante gli anni pandemici. Lo stesso Figuet parla di “combinazione di eventi sfavorevoli” non ancora sfociati in “una crisi strutturale”, dal momento che la stessa situazione economica mondiale non risulta essere particolarmente favorevole, ancora, all’investimento nei beni di lusso, categoria cui da sempre appartiene il Cognac, nella sua percezione da parte dei consumatori di tutto il globo. La situazione potrebbe poi ulteriormente farsi preoccupante se, oltre all’inasprimento del contenzioso UE-Cina in ordine alle tariffe doganali reciproche, salisse al potere anche un nuovo Presidente americano come Donald Trump che già in un passato non molto lontano aveva minacciato di colpire con nuovi dazi l’industria vitivinicola e distillativa europea, accusata di proteggere a sua volta, eccessivamente, la propria produzione enologica e spiritosa.

Che la preoccupazione sia importante è dimostrato dal fatto che Remy e Pernod hanno visto in calo i propri titoli nel Maggio 2024 del 16% e del 5,7% rispetto al valore che gli stessi avevano prima dell’annuncio dell’indagine cinese. Queste aziende vendono in Cina con brand come i noti Remy Martin, Martell, Hennessy.

 

 

Il timore serpeggia anche in Campari, che a fine di aprile di questo anno ha perfezionato l’acquisto di Courvoisier Sas, titolare del celebre brand di Cognac, per un valore di impresa riconosciuto di circa 1,32 miliardi di dollari.

Ufficialmente l’accusa di Pechino è che il Cognac, prodotto premium, vada a danneggiare gli alcolici locali, ossia soprattutto il baijiu e i dazi potrebbero colpire in generale i brandy europei che arrivano da Occidente in contenitori inferiori a duecento litri.

Ecco che il buon Macron ha cercato di circuire il leader cinese Xi, durante la sua recente visita in Francia, facendogli dono di una bottiglia del celeberrimo Louis XIII del valore di oltre 4.000 euro, in cambio di un occhio di riguardo verso il Cognac ma anche in vista di un maggiore sforzo cinese verso una soluzione diplomatica del conflitto ucraino-russo, che passi verso una cessazione o una minore vendita di armi alla Russia.

Del resto, come insegnava il Grande Corso, ossia Napoleone, nessuna decisione può venir presa, sia essa di guerra o di pace, di economia o di religione, senza aver bevuto un buon sorso di Cognac, di cui lo stesso generale conservava sempre di scorta una buona quantità, affinché il caldo conforto del brandy della Charente non gli venisse mai meno. Ed infatti anche nell’amaro esilio di Sant’Elena, in cui lo avevano confinato i perfidi Britons, lo avevano accompagnato delle casse di cognac di cui alcune di Courvoisier, cui da subito fu attribuito il nome di “The Brandy of Napoleon”, così facendo la fortuna del brand, che riuscì ad acquisire da Napoleone III il sigillo di fornitore imperiale e ciò avvenne a scapito della concorrenza al tempo più celebre, come Hennessy e Martell, che da allora ebbero minore presa sul mercato britannico, affascinato dall’“Influencer” Napoleone.

Insomma, passa il tempo, ma nulla cambia, il Cognac è sempre al centro delle politiche e delle economie mondiali.

Ne bevo idealmente un sorso insieme a voi, alla salute di tutto il mondo. Santè!

 

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