Il Nerd Corner di Anna
I Breeding Center: un secolo di miglioramenti genetici della canna da zucchero e dove stiamo andando
Nei secoli passati, la crescente concorrenza a livello mondiale dei paesi produttori di zucchero, indusse spontaneamente, ed in assiduo crescendo, una ricerca dell’aumento della resa media della canna da zucchero, in vista di uno yield che potesse remunerare il meglio possibile lavoratori ed investitori: questa ricerca, che si fece tutt’uno con la coltivazione di nuove varietà più produttive, foriere di tonnellaggi più elevati e più alti contenuti in saccarosio sfociò, circa un secolo fa, in un miglioramento scientificamente perseguito, attraverso lo studio genomico e riproduttivo della pianta, seguito dai primi esperimenti di incroci, che ha dato il via, oggi, all’attività di tantissimi Breeding Center, operativi in alcuni paesi produttori, ognuno con potenza di fuoco ed interessi diversi.
Ma riavvolgiamo il nastro: fino alla fine del XIX secolo, la canna da zucchero fu sempre considerata una pianta totalmente sterile, tanto che nessun incrocio era stato mai tentato prima. Di conseguenza, fino ad allora la coltivazione si era basata sulla propagazione per talea di un numero limitato di varietà naturali, da tempo “addomesticate” dall’uomo. Queste varietà naturali ed ancestrali provenivano dalla zona di origine della canna da zucchero, ovvero la Nuova Guinea ed il sud-est asiatico (Indonesia, Giava, Polinesia). Esiste una letteratura scientifica disponibile che elenca queste antiche varietà naturali, alcune delle quali erano coltivate su scala mondiale, e che appartenevano a loro volta a queste tre specie:
- Saccharum Officinarum (80 cromosomi). Detta Specie Nobile, coltivata soprattutto in numerose regioni tropicali. Ha ottima resa nelle zone più fertili e migliori, stelo alto, eretto e pieno di succo zuccherino.
- Saccharum Barberi (da 81 a 124 cromosomi). Questa specie era principalmente coltivata nei climi subtropicali o addirittura temperati dell’India settentrionale (odierno Pakistan).
- Saccharum Sinense (da 111 a 120 cromosomi). Specie proveniente dall’Asia e coltivata nell’India settentrionale, in Indocina, nella Cina meridionale ed a Taiwan. Adattatasi alle latitudini tropicali o subtropicali, venne utilizzato anche in Sud Africa e Brasile.
Le grosse differenze tra le ultime due specie e la specie Officinarum risiedono soprattutto nel loro elevato contenuto di fibre e nella loro grande rusticità, che ne ha reso migliore la tolleranza allo stress ambientale provocato da condizioni di crescita sfavorevoli, e, d’altro canto, nella loro scarsa fecondità, che ne impedì un vero miglioramento genetico. A tal proposito, la varietà “Canne Créole” che Stevenson (1965) classifica come ibrido naturale tra S. Barberi e S. Officinarum, ha avuto una longevità eccezionale che merita di essere messa in luce: essa fu introdotta nei Caraibi e in Sudamerica durante le conquiste Europee del XVI e XVII secolo, e fu la sola varietà di canna da zucchero ivi coltivata sino a metà 1800.
Nelle aree tropicali dove le condizioni di crescita erano ottimali, l’uso della specie “nobile” è stata preferita alle altre due specie per il maggiore yield, pur essendo in molti casi meno resistente agli attacchi parassitari: fu la ricerca di un miglioramento di questo aspetto ad aprire le danze agli studi genetici. Nel XIX secolo, si praticò molto poco l’utilizzo più diffuso di alcune canne “nobili”, che vennero per questo rese attaccabili dai parassiti, quindi relegate in pochi luoghi remoti: tra queste le Cheribon (tra cui la famigerata Cristalina o Cristalline), le Bourbon, le Lousier e le Tannas. In questo contesto, la produzione di nuove varietà più resistenti, attraverso lo studio genomico e l’ibridazione, è diventata l’unica soluzione in grado di far riguadagnare prosperità all’industria dello zucchero e del rum. Nei vent’anni successivi alla scoperta dell’ibridazione sessuata (1888), numerosi incroci di cloni della sola varietà “nobile” furono effettuati dai pionieri della selezione a Giava, Barbados, Guyana britannica, Reunion, Mauritius, Australia e Hawaii. Alcuni di questi incroci hanno dato vita a cloni di successo nella prima metà del 1900, come POJ 100 ottenuta a Giava, o R570 ottenuta a Reunion, o B147 a Barbados, D74 a Demerara, e via dicendo.
Questi primi pionieristici centri di ibridazione oggi sono distribuiti in 30 paesi, dei 75 produttori attivi di canna da zucchero, e molti di essi sono gestiti e finanziati del tutto o in collaborazione con l’industria dello zucchero ed i rispettivi governi, con molta variabilità di risorse da un paese all’altro. Uno dei fattori di successo per un Breeding Center è sicuramente la disponibilità economica e di conseguenza umana e scientifica, l’altro è l’anzianità e dunque l’esperienza nella selezione, che fa si che gli ibridi ivi creati ed i risultati degli studi abbiano una maggiore diffusione all’estero: infatti tra i centri di maggior successo troviamo tutti quelli già attivi prima della seconda guerra mondiale, tra cui Giava, Barbados, Hawaii, Reunion, Mauritius, Natal, mentre tra i recenti, solo il brasiliano Copersucar di San Paolo ha un certo peso nella comunità scientifica. Esiste un organismo “superiore” a tutti i Breeding Center? Si, esiste un organismo scientifico che si propone di promuovere la cooperazione tra i centri, vagliare i migliori risultati e indirizzare la ricerca scientifica anche nel senso ambientale e della biodiversità, ed è il ISSCT, International Society of Sugarcane Technologists.
Se infatti è vero che lo scopo precipuo della ricerca è selezionare gli ibridi con la maggiore resa di saccarosio per ettaro, che rappresenta il parametro più direttamente correlato al profitto, è altrettanto vero che oggi sono sempre più ricercate le varietà adattabili e resistenti a causa dei cambiamenti climatici, e che esiste una fascia di mercato, rappresentata soprattutto da alcuni produttori di Rhum Agricole, che strizzano volentieri l’occhio alle varietà cosiddette ancestrali, con una resa bassa per ettaro, delicate, da proteggere anche da parassiti potenzialmente provenienti da altri ibridi, ma che garantiscono sicuramente un profitto maggiore per bottiglia di rum prodotta, soprattutto in questi ultimi anni in cui, come mi è già capitato di scrivere, i rhum blanc agricole sono diventati le vere superstar del mercato.
Quello che mi aspetto dal futuro è un ritorno ragionato alla possibilità di ibridi con le varietà non “nobili”, e una attenzione sempre maggiore, da parte dei produttori di rhum agricole, non solo al denaro liquido che stanno imbottigliando, grazie magari ad un ottimo storytelling, ma soprattutto alla cura ed al rispetto, in tutte le fasi produttive, della loro preziosa, delicata e magnifica materia prima.




