Lo avevo definito il distillato più misterioso del Messico. El Charanda (e sì, è maschile pure lui), è una delle sue Denominación de Origen, tra le più piccole della Federazione. Ha come luogo di origine la città di Uruapan, nello Stato di Michoacán, è un distillato di canna da zucchero, e il suo nome – nella lingua locale – significa “terra rossa”, quella del loro vulcano, il più giovane del pianeta Terra.
Arrivare sino a Uruapan e pensare di visitare una distilleria di Charanda pare essere una missione impossibile, che ho fallito. Già dall’Italia mi ero accorto della probabile esistenza di solo un paio di brand, che facevano riferimento ad un’unica distilleria. Gioco facile, allora? No, la realtà ha preso la forma di tre telefonate con la richiesta di fare un tour, a cui è seguita una inesorabile linea caduta; e di un indirizzo email pubblicato sul loro sito web che esordiva con un simpatico hola@, e che poi risultava non attivo.
Non mi sono scoraggiato, nell’andare da Puebla a Tequila ho deciso di prendere la strada più lunga, che mi avrebbe fatto passare dal Michoacán; a quel punto il Charanda sarebbe stato lì, dietro l’angolo. Una strada pazzesca! Dopo aver imboccato l’Arco Norte e superato, a debita distanza, quel folle insediamento urbano che è Città del Messico, il paesaggio è radicalmente cambiato. Mi sono trovato a guidare su un altopiano completamente circondato da picchi piramidali, il lontano ricordo di quella lotta di titani che, chissà quante ere geologiche fa, ha dato forma al Messico. Lo scontro tra le due grandi Sierre, una serie sterminata di vulcani che, con la loro lava avrebbero progressivamente riempito questi spazi, dando vita ad una delle zone più fertili dello Stato. Una vallata disseminata di grandi laghi profondi poche decine di metri, un Messico molto diverso rispetto a quello che è disegnato nel nostro immaginario.
Mi sono trovato circondato di infiniti campi coltivati a mais e fragole. Tutto molto logico, tranne il dato dell’altimetro, che è costantemente rimasto sopra i 2.000 metri slm, sino a sfiorare, in un paio di punti, i 2.800 metri. Insomma, il Passo dello Stelvio, ma fertile e attraversato da una autostrada… Una scoperta? 41 anni fa Francesco Moser aveva già capito tutto.
La festa, al dire il vero, è iniziata in un paio di cocktailbar del centro storico della vivace Morelia, dove ho deciso di pernottare per spezzare il lungo viaggio, e dove ho potuto assaggiare tanto Charanda, liscio e in miscelazione. Mi sono state descritte le caratteristiche di un rum che può essere ancestrale, prodotto con puro succo di canna, o “moderno”, con melassa. Mi è stata confermata l’esistenza di un solo produttore che ha centralizzato la produzione dei brand Uruapan e El Tarasco.
Sveglia alle 8, subito in auto, alle 10 sono già a Uruapan, dove mi era stata anticipata l’esistenza dello spaccio della distilleria. Lo trovo facilmente e mi precipito subito al suo interno, chiedo se era possibile visitare la distilleria e mi viene detto che la visita era solo su appuntamento, chiamando il numero che avevo già più volte composto… Non mi scoraggio, chiedo se fosse possibile degustare gli imbottigliamenti che avevano in bella mostra e che ancora non conoscevo, ma lì fanno solo vendita 😟. Non mi è restato che ordinare un caffè… amaro.
A un certo punto, complice un signore che aveva tutte le sembianze di un direttore della distilleria, mi è stato consigliato di andare nel loro locale, la Charanderia, che però avrebbe aperto solo alle 18. Percepivo la complicazione di una giornata che mi avrebbe comunque visto vittorioso, decido di andarci ugualmente e – complici le due gentili commesse, addolcite dopo avermi visto fotografare per mezz’ora un colibrì (Davide e Golia, in versione terzo millennio) – sono riuscito finalmente a mettere il naso su tutto il resto della gamma.
A questo punto ne ero certo. Il Charanda era davvero misterioso!
Cosa è il Charanda?
Ne aveva già raccontato Giulio qualche mese fa, prendiamo in mano il disciplinare e vediamo di scoprire qualcosa in più.
- Zona: la regione proposta come zona protetta a denominazione d’origine è composta da “soli” 16 comuni situati nella parte centrale dello Stato di Michoacán, che insieme coprono 8.606 km2. Questi comuni sono: Ario, Cotija, Gabriel Zamora, N. Parangaricutiro, Nuevo Urecho, Peribán, Los Reyes, S. Escalante, Tacámbaro, Tancítaro, Tangancícuaro, Taretán, Tocumbo, Turicato, Uruapan e Ziracuarétiro.
. - Materie prime: il Charanda può essere prodotto con canna da zucchero, succo di canna, piloncillo o melassa. Il piloncillo è il succo che viene bollito e caramellato, simile a quello che in altri luoghi è conosciuto come panela. La melassa è il miele di canna che non viene cristallizzato negli zuccherifici, ma che può essere fermentato per ottenere alcol. Qualunque sia la materia prima utilizzata, deve provenire dalla zona di denominazione d’origine, cioè dai piccoli comuni del Michoacán che compongono la denominazione. Un bel minestrone, ma a km zero.
. - Origine: sia la canna da zucchero che il piloncillo o la melassa devono provenire dalla zona di denominazione d’origine. È importante notare che la produzione di canna da zucchero nella regione è diminuita a causa dell’elevata domanda di avocado, dato che il Michoacán ne è il primo produttore mondiale. I miei amici conoscono il mio amore per questo frutto inutile… Effettivamente di campi di canna ne ho visti solo due, tanto piccoli da convincermi a non fermarmi per fare una foto; purtroppo non ne avrei incontrati altri.
. - Titolo alcolometrico: il volume di alcol al momento dell’imbottigliamento deve essere di almeno 35 gradi e non superiore a 55 gradi.
. - Metodi di distillazione: il Charanda può essere distillato a colonna o in alambicchi di rame o filippini.
. - Invecchiamento: il Charanda può essere invecchiato in botti di rovere, di vari formati.

Insomma, letto così il disciplinare non sembra comunicare particolari punti di interesse. A maggior ragione se ci arrivi dopo avere passato due giornate nel mezzo delle nuvole di Paranubes, se ne scopri l’applicazione in una sola distilleria, se temi lo status di territorio pericoloso del Michoacán (sino a pochissimi anni fa terra proibita per i turisti), e se pensi a quella pacchiana bottiglia azzurra che per anni ne è stata portabandiera.
Nella regione dell’Uruapan esiste una lunga tradizione della canna da zucchero, coltivata fin dal 1550. Nel XVII secolo fu fondata l’Hacienda de Taretán dove fu installato un mulino per la lavorazione della canna da zucchero, che promosse questa coltura nella regione.
Il boom economico dell’intera regione fu dovuto proprio alla coltivazione della canna da zucchero, prova di ciò è che esistevano 10 mulini in cui si produceva zucchero raffinato, purificato e piloncillo. Una coltivazione effettuata in questa regione, in aree che presentano condizioni climatiche che differiscono da quelle comuni in cui la canna da zucchero è stata prodotta nel paese e persino nello stesso Stato di Michoacán. Secondo i risultati dello studio del suolo, nei 16 comuni che comprendono la regione dove tradizionalmente si coltivava la canna da zucchero nello Stato di Michoacán, questa è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di dispositivi vulcanici estinti. In questa zona si verificano quindi una serie di condizioni naturali che hanno dato origine ad una formazione, ad uno strato di terreno illuviale fortemente alterato, ricco di ossidi di ferro e di alluminio, la ragione comunemente associata ai suoli rossi che sono presenti nella zona periferica della città di Uruapan. A questa formazione fisica e chimica viene dato il nome popolare di Charanda.
Questa formazione del suolo è, secondo molti agricoltori della zona, responsabile del sapore particolare degli zuccheri della canna da zucchero coltivata nella regione, caratteristiche che vengono completamente trasferite alla bevanda alcolica chiamata con lo stesso nome, il Charanda, un’aguardiente che solo negli ultimi anni si è iniziato a denominare “rum”.
Scoprivo così il reale significato della mia esperienza: la vista di nessun alambicco o campo di canna da zucchero avrebbe potuto fornirmi informazioni utili. L’essenza del Charanda era in quelle ore di guida che mi ero lasciato alle spalle, circondato da un paesaggio florido, unico, indimenticabile, “La vera felicità è nel viaggio non nella destinazione”.
Degli assaggi in stile agricolo, molto affascinanti sono stati i monovarietali, una esplorazione delle stesse varietà di canna che avevo incontrato in mezzo alle nubi della Sierra Mazateca:
- Caña Criolla: questa varietà di canna da zucchero può contribuire con sapori più intensi, con note erbacee e speziate. È una delle più antiche della regione.
. - Caña Cristalina: una canna da zucchero che apporta note più morbide e dolci rispetto alle altre varietà.
. - Caña Mexicana: la canna da zucchero endemica della regione, caratterizzata da una maggiore complessità.
. - Caña Morada: salvata dalla quasi estinzione a causa della sua durezza, produce meno succo, ma ha un aroma più fruttato, con punte persino di amarena. Il mio preferito.
. - Caña Mayarí: caratterizzata da un mix delicato di aromi fruttati, erbacei e agrumati.
Un’ultima nota per l’onnipresente Tarasco Hongos, il Charanda tipico del villaggio di Tarasco, affinato con funghi Cordyceps – considerati per migliaia di anni una medicina naturale per la longevità. Vi dirò!
Insomma, un territorio ancora inesplorato, un distillato che deve ancora farsi conoscere, una potenzialità per il mondo del rum che – quando vorrà farsi conoscere – potrà raccontare cose molto affascinanti. Parola di chi ci lo ha assaggiato, sul posto e senza raccomandazioni.




