Le prime immagini che colpiscono della Guascogna, entità culturale e storica, non realtà amministrativa, come ti insegnano appena giungi in zona, sono le distese di terreni coltivati a mais, grano, vite, spesso circondate da boschi, animati, di tanto in tanto, da animali di ogni tipo, come cervi, cinghiali, cavalli, e tanti, diversi, bellissimi, uccelli.
Un sentimento di coesione culturale fortissima poi: sono tutti fortemente guasconi, in ogni senso, vista la loro ironia particolare espressa in francese meglio, perché l’inglese, come da noi, è parlato dai giovani ma non da tutti e chi lo parla, tranne qualche ottima eccezione, lo esprime con un deciso accento locale.
Tutto quello che è food and wine è spesso coperto da Indicazione Geografica o Appellation d’Origine Controlée, dalla frutta buonissima al vino locale, dai formaggi a tutto ciò che è commestibile, è questo già un punto da imparare per noi italiani.
Eppoi c’è l’Armagnac, vero amalgama culturale, identitario, insieme a D’Artagnan, della regione che lo esprime.
Appena entrati nel Bureau National Interprofessionel de l’Armagnac, situato in una sede moderna e architettonicamente simpatica ad Eauze nel cuore del Bas, ti insegnano a conoscere a memoria le tre differenti realtà geografiche e territoriali dell’Armagnac. Dove si trovano i produttori, quale è il differente terroir del Bas, del Tenareze, dell’Haute, quasi a masticare il limo e le pietre delle singole zone, ad assaporarle e ad ascoltare le storie ed i sentori meravigliosi che esse raccontano, attraverso lo spirito di vino.
Siamo in sette, come nelle famose barzellette, selezionati da Maeva la simpaticissima e colta Direttrice della Comunicazione del Bureau, nata a Parigi ma vissuta per quasi diciotto anni tra Polinesia e Nuova Zelanda, dunque due tedeschi, un russo, un giapponese che vive da ventitre anni a Los Angeles, un irlandese, un inglese, ed io. Chi insegna distillati, chi importa Armagnac, chi produce e vende whisky irlandesi, chi insegna ad aprire distillerie dovunque, chi commercia e diffonde insomma il verbo degli spirits.
Ognuno porta il suo contributo culturale e di sensibilità di naso e palato affinato in nazioni differenti, a volte ufficialmente anche in lotta politica tra loro. Ma qui siamo tutti accomunati dal desiderio di conoscere, approfondire, respirare l’Armagnac.
La mattina Maeva ci preleva alle 9 e ci porta a scuola dove ci indottrina con la teoria e con la pratica, almeno 10/15 Armagnac da provare, selezionati in ragione della materia da studiare in giornata, al pomeriggio via con le visite ai produttori, almeno due diversi, con altre dieci bottiglie da ascoltare in tasting, mentre il produttore con il suo cappello, i suoi deliziosi vestiti campestri o il suo abito da lavoro ci racconta storia, tecniche, e soprattutto trasudando orgoglio, ci racconta perché il suo prodotto è unico, perché spesso è il frutto di 4/5 generazioni di persone, di cui spesso rimangono ricordi tramandati, ma soprattutto bonbon, damigiane di meravigliosi spiriti, lasciati a riposare nel Paradis, in genere il primo piano in alto della cantina oppure in zona comunque riservata nel profondo dell’edificio, in basso, dove si accede solo per grande amicizia e dove riposano, così, gli affetti più cari, con contenitori su cui vengono scritti, romanticamente, gli anni: 1878, 1890, 1920…
La sera, stanchi ma felici della bella giornata trascorsa, siamo in ristorante ad imparare le specialità del luogo e a provare il floc de Gascogne, come aperitivo, due terzi di mosto di uva fresco e un terzo di armagnac giovane, accompagnato da vini della Cote de Gascogne, tra cui preferisco quasi sempre il Colombard, con i suoi sentori acidi ma strutturati. E poi vai con l’anatra declinata in ogni soluzione, le zuppe fresche d’entrée, e poi che dire del pane davvero ottimo e del pastis gascon, sfogliata di mele meravigliose, e dei altri dolci, soprattutto con frutta, eccellente, della Guascogna. E ovviamente un po’ di Armagnac a chiudere, tanto guida Maeva…
Le funzioni del Bnia, in cosa ci distinguiamo dal Cognac, perché i negociants sono diversi qui dalla zona di Bordeaux e perché ci si alterna alla guida del Bureau tra produttori e negociants, in una ricerca di sinergia, ma lottando contro le lentezze burocratiche proprie di una nazione latina, come anche la Francia è.
Ah, quasi dimenticavo, si avverte l’influenza della Spagna, rappresentata dai ventagli che le signore di ogni età sventolano, in un caldo ferocemente umido, negli spettacoli delle Courses Landaises, ad una delle quali partecipiamo, sostanzialmente delle corride senza sangue, il cui l’ecarteur, il protagonista, deve scartare l’attacco di mucche esperte, con grandi corna, in arene ovali o rettangolari, che si concludono in premiazioni per chi ne ha scartate di più… E inoltre le Ferias, che in ogni piccolo villaggio si tengono con musiche, balli e vestiti tradizionali, spesso attese tutto l’anno per conoscersi meglio e fare amicizia o iniziare love affairs tra i villeggianti.
Dovremmo anche studiare la notte, perché poi ci attenderà il giorno finale un esame scritto e orale, che scopriremo non semplice.
Visitiamo una tonnellerie, il giorno stesso in cui cominciamo a fare tasting delle stesse annate di armagnac di una stessa o differenti zone e medesimi produttori, affinati con legni differenti. Impariamo come si crea una botte, anzi une piece da 400 litri, cosa significa in termini di influenza dell’Armagnac la quercia di Guascogna, dissimile da quella dei Vosges o del Limousin, così da apprezzare maggiormente i grani larghi del legno o quelli più stretti, la struttura dello spirito in affinamento o piuttosto l’eleganza nobile, quasi fosse un’altera bellezza femminile, lì ad emozionarti con il suo fascino, qui allure.
Per ricordarci delle differenti espressioni territoriali dell’Armagnac e dei suoi legni, memorizziamo produttori e pietre visitate, memorizziamo sapori, mandiamo a memoria luoghi ed aromi, ristoranti e bottiglie, in questo paradiso del sud est francese, mentre i giorni scivolano via, sempre con l’immagine centrale nel Bureau del valore storico di questo spirito, tramandato da Vital Dufour nel 1310 con le seu quaranta virtù dell’Armagnac, che qui imparano a conoscere anche i bambini a scuola.
E della storia dei famosi alambicchi ne vogliamo parlare, si, ma la prossima puntata, che ora mi è venuta voglia di smettere di scrivere e piuttosto di bere un Armagnac.
To be continued…








