Del Singani e della Bolivia

Del Singani e della Bolivia

Tra le conseguenze alcoliche dell’arrivo degli Spagnoli nelle Americhe, oltre all’attuale viaggio effettuato con improbabili mezzi di trasporto da Claudio Riva tra l’Havana, Santiago de Cuba e la Giamaica, alla ricerca del miglior Rum del mondo, non possiamo non trattare del gradevole distillato boliviano Singani.

 

Le origini del Singani

Esso è uno spirito originato dalla fermentazione e successiva distillazione del mosto di uva Moscato di Alessandria.

Prodotto esclusivo delle alte valli della Bolivia, di essa è importante patrimonio culturale.

Secondo quanto già scoperto e dichiarato da una serie di insigni studiosi di enologia sudamericani già nel 2007, vedi il Giornale Americano di Enologia e Viticoltura n.58/2007 ed il relativo articolo dal nome “Determinazione dell’origine spagnola delle varietà di vite antiche americane rappresentative”, già nel 1520 venivano introdotte in Sudamerica, ad opera di colonizzatori spagnoli, due varietà di uve dalle Canarie, il Moscato di Alessandria e la Missione.

In particolare la prima varietà diede poi origine nelle Americhe alle più note Criolla e Torrontes, utilizzate oggi per la produzione di vini e distillati.

Pizarro raggiunse l’Impero Inca nel 1528, ne parlammo in una Master on line a tema Pisco, poi nel 1538 furono fondate città del Perù e dell’Alta Bolivia.

Nel 1545 furono scoperti poi importanti giacimenti minerari di argento nei pressi di Potosì, che divenne città imperiale e presto si popolò in maniera impressionante tanto da divenire una delle più importanti città spagnole fuori dall’Europa. Ciò favorì l’arrivo di molte persone dall’Europa in cerca di fortuna, ma anche ricche di cultura enologica, tanto da far crescere in maniera notevole l’insediamento di campi vinicoli.

Tra il 1530 e il 1550 si ritiene che la vite, inizialmente necessaria soprattutto per esigenze liturgiche cattoliche, si sviluppò in maniera indelebile in Bolivia e che conseguentemente il Singani come spirito sia nato in quegli anni.

È molto probabile che la parola Singani tragga origine dalla lingua Aymara, ossia dal termine “siwingani”, difficilmente riproducibile in suoni e termini scritti latini, e designi la zona dove nasce la pianta Carice, della famiglia delle Cyperacee, una zona delle valli andine al riparo delle condizioni climatiche estreme di quei luoghi. Presumibilmente, pur legandosi questa indicazione a più possibili luoghi boliviani, la zona designata è quella, appunto, di Potosì, dove concorrerebbero a dimostrarlo la storica presenza di Missioni cattoliche, di Haciendas produttrici di distillati a nome “Singani” e del commercio antico di questo spirito.

La necessità di denominare questo spirito con tale nome venne naturale ai produttori e commercianti di tale distillato per distinguerlo dalle varie Aguardientes e per un più facile accesso alle vie commerciali del ricco Impero Spagnolo. In particolare il commercio del Singani ebbe inizio nelle aree che conducevano da Potosì alla via reale che collegava Lima a Buenos Aires, e naturalmente allo sviluppo di questo fantastico spirito una mano la diedero le missioni agostiniane molte attive in queste aree, che divennero attorno al 1585 i principali luoghi di produzione di vino e distillati con epicentro a Potosì. A quel tempo ogni famiglia di questa città possedeva almeno otto o dieci “cantaros” o brocche per conservare e consumare il singani.

Tra il 1600 e il 1900 la regione boliviana di Tarija divenne la principale fornitrice di uva per la produzione del singani. Nacque poi l’usanza di creare il singani a partire dal mosto fermentato di un’unica uva, il Moscato di Alessandria.

 

 

Il Singani oggi

Il decreto supremo boliviano 21948 del 1988 stabilisce che il Singani è un prodotto esclusivo ed originario boliviano, mentre la legge nazionale 1334 del 1992 introduce il DO, denominazioni di origine, per il distillato prevedendone le zone di produzione. Le norme nazionali NB324001 stabiliscono poi la procedura di produzione, definendo quali pratiche siano proibite, introducono il requisito dei 1600 metri minimi di altitudine per la produzione del vino, prodotti vitivinicoli e cultivar oltre a prevedere standard di purezza ed etichettatura.

Le aree legalmente stabilite per la produzione del vino dello spirito sono quattro dei nove dipartimenti della Bolivia, ma anche in alcune di queste quattro aree la coltivazione delle uve e la produzione dello spirito sono eroiche, si pensi che nelle zone intorno a La Paz il terreno è ripido e verticale ed il clima è semitropicale, mentre nelle province di Potosì i terreni sono molto alti, vessati dal vento, freddi e talvolta aridi.

Le uve alla base del Singani si producono ad una ragguardevole altezza che varia dai 1600 ai 2800 metri slm, le cime montuose circostanti gli areali di produzione tendono a proteggere i vigneti dai fronti freddi stagionali e dalle grandinate. L’aria è fredda ma secca e rarefatta, tuttavia le radiazioni solari sono più forti, notevoli sono gli sbalzi termici tra giorno e notte. A queste condizioni studi scientifici hanno dimostrato che le piante producono maggiormente principi aromatici monoterpenici allo stato libero e non trasformati in oli, che non sopravviverebbero alla distillazione.

 

 

La selezione delle uve viene curata, dopo la raccolta, a mano per mantenere elevati gli standard produttivi, successivamente si produce la fermentazione che ha l’obiettivo di mantenere nel mosto il classico profilo terpenico, mentre la distillazione si realizza in alambicchi discontinui di tipo europeo.

Non si realizza nella norma l’affinamento in botte, anche perché alcuni esperimenti di invecchiamento non hanno dato buon esito e hanno influenzato negativamente il prodotto.

Prima di imbottigliarlo, lo spirito viene conservato in contenitori neutri per circa sei mesi.

 

Come si consuma?

Da sempre, tradizionalmente, i minatori boliviani consumano questo spirito per riscaldarsi oppure oggi gli amanti di questo distillato lo bevono in una combinazione beverina e calda come il Sucumbè, bevanda bollente creata con chiodi di garofano, latte e cannella. Oppure in cocktail come il Chuflay, con Singani, succo di lime, ginger ale e un paio di cubetti di ghiaccio oltre al Yungueno di succo di arancia.

Sennò possiamo provarlo liscio, aromatico e molto netto nei sapori, come lo ama Steven Soderbergh, noto regista americano, che lo ha conosciuto sul set del Che. Egli se ne è tanto innamorato da diventarne il maggior esportatore all’estero e soprattutto in Occidente.

Magari possiamo degustarlo in abbinamento ache a piatti tipici boliviani a base di patate o carne, da degustare chissà in un ristorante boliviano o direttamente sul posto, per un magnifico incontro con lo splendido Paese andino.

 

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