Cronache d’Irlanda, capitolo 1

Cronache d’Irlanda, capitolo 1

Breve (breve? see) storia di una settimana alla scoperta dell’Irlanda e delle sue distillerie. O dovrei dire delle sue distillerie e dell’Irlanda?

Ho colto l’occasione di andare in Irlanda grazie alla gentile ospitalità di un amico di lunga data (che ringrazio tutt’ora, Fabrizio). Atterro il primo Luglio a Dublino, non dopo un volo abbastanza discutibile (soprattutto per le modalità d’imbarco ad Orio) by Ryanair. Nulla a che vedere a quello che combineranno al ritorno.

A causa di questo ritardo arrivo la sera tardi e posso combinare poco, riesco giusto a vedere Phoenix Park. I parchi irlandesi non mi sembrano molto boschivi, il numero di piante è relativamente ridotto. Quel parco ha la particolarità di avere all’interno l’ambasciata americana e la residenza del presidente d’Irlanda.

Per fortuna il mio amico era già stato traviato sulla via del whisky dal sottoscritto, quindi la serata passa davanti ad una bottiglia di ottimo Yellow Spot 12yo.

 

Domenica

Domenica il mio ospitante ed io usciamo a fare colazione/brunch irish, da Two Pups, locale molto carino e molto gettonato dagli autoctoni (ed abbiamo dovuto attendere un po’ in coda).

 

 

Faccio un po’ di fondo, perché pronti via, una volta libero e solingo, si va al trotto da Teeling.

All’ingresso il tour è già iniziato (non lo avevo prenotato), prendo il select tasting tour (35€). Appena dentro mi accoglie una sala poco illuminata con come cicerone niente meno che John James Teeling in persona (il papà dei due effettivi fondatori), che ci fa un rapido racconto della storia delle distillerie di Dublino. I visitatori sono un mix di locali, americani, qualcuno da UK ed altri europei.

 

 

La distilleria è compatta, con immediatamente in bella vista un trio di alambicchi fatti dalla nostrana Frilli. La distillazione era in corso nonostante fosse domenica, infatti un bel profumo di malto d’orzo ed un certo calduccio ci accompagnano nel tour, che è abbastanza breve data la dimensione del locale.

 

 

Una volta fuori dall’area produttiva c’è una piccola sala con una mini-warehouse contenente alcuni dei primi cask riempiti all’apertura (se non ricordo male nel 2015) ed alcuni riportano i nomi delle figlie dei fondatori. C’è anche una parete informativa che spiega a grandi linee l’angel’s share e quello che succede al new make una volta che finisce in botte, con dei cask tagliati e fenestrati, per mostrare il calo livello di riempimento ed il cambio di colore del liquido all’aumentare dell’età.

 

 

Finiamo rapidamente nella saletta/bar al primo piano dell’edificio. Io naturalmente sono l’unico “seriamente” alcolista del gruppo con davanti 4 dram (nei bicchieri avevo Small Batch, Single Pot Still, Single Malt, Blackpitts torbato). Gli altri hanno un mini cocktail ed un dram di Small Batch.

 

 

I whiskey hanno tutti una gioventù abbastanza spiccata, in particolare lo small batch che avevo già provato ai festival ed onestamente non mi aveva convinto granché.
Il pot still è un po’ più speziato e “spesso”, con un naso molto più attraente di quello che poi risultasse però al palato.

Il single malt mi viene detto sia almeno un 7 anni, 60% ex bourbon 40% ex oloroso. Il profumo promette più di quanto si ottiene al palato, che tradisce un po’ di gioventù maltosa. Si nota una certa astringenza finale dovuta all’apporto di Oloroso con relative spezie ma abbastanza “sopite”, probabilmente non sono botti di primo riempimento. Concludo col Blackpitts torbato. In questo caso la torbatura va a coprire un po’ gli spigoli; naso da bacon croccante con parecchia fumosità. Al palato la torba mi sembra assai meno forte che al naso, molto tropical e dolcino. Post deglutizione la gioventù si fa notare brevemente, ma viene poi soverchiata da una risalita molto intensa della torba, molto pepe bianco e direi del daikon.

Mi fermo un po’ al “Bang Bang” bar, dove ci sarebbe parecchio da bere ma sto ancora assaporando i 4 dram del tasting. Vengono proposte molte bottiglie di cui parecchie evidentemente non sono farina del sacco della distilleria.. come fanno ad avere un 15 od un 30 anni essendo aperti dal 2015?

 

 

Finiti i 4 dram mi sposto nello shop, abbastanza piccolo con gadget vari. Ci sono due cask per chi volesse fare il cosiddetto “fill your own” (ci si riempie la propria bottiglia). Uno però è del 2001, chiaramente non un Teeling, è in un cask ex rum (grazie, ma anche no). L’altro ha un prezzo relativamente accessibile, è un 2015 (quindi è probabilmente loro), peccato fosse maturato in una botte di Chateu de Beichevelle.

Ora contate che io di vino ci capisco meno di zero, la moglie del mio amico che mi ospita è francese e quando le ho chiesto se sapesse cosa fosse ha fatto una faccia … poi ho riformulato la medesima domanda a Claudio Riva l’altro giorno e grossomodo l’espressione era paragonabile. Insomma non mi pento di averla lasciata lì, dato il limitato peso del bagaglio imbarcato.

 

 

La mia giornata prosegue con una rapida visita alla cattedrale di St. Patrick e piccolo parco annesso, un tour al castello di Dublino con un self-guided delle varie stanze della reggia, usate anche per le visite ufficiali, piene di opere d’arte e ritratti. La guida che danno all’ingresso è assai completa; momento thrilling per riuscire a capire come diamine si potessero chiudere i dannati armadietti a combinazione elettronica, dove lasciare zaini ed altro che non si potevano portare all’interno.

 

 

Fatto il tour, giro a zonzo lungo il fiume Liffey e cammino fino al distretto finanziario, con viste notevoli della città.

Ma bando alle ciance, è da un po’ che non si beve, quindi si torna indietro e si punta diretti a Bow St. dove c’è una sede “commerciale” di Jameson; una volta qui c’era la distilleria primigenia di Jameson, poi chiusa. Della distilleria nulla resta, ma parte dei locali sono stati recuperati e ne è stato creato un lounge bar davvero bello con i caratteristici lampadari fatti di bottiglie di Jameson.

 

 

 

Anche qui è possibile fare un tour, prendo il “secret whisky tour”.

Ci accolgono in una stanza “pseudo anticata” con una vetrina contenente vecchie glorie (tra cui vecchi Midleton very rare). Mi ritrovo con tre dram: Jameson Black Barrel, Jameson distillery exclusive, John Powers 12yo. Jameson usa sia orzo maltato e non maltato e grain nel mix. Tripla distillazione. John Powers è pensato per il mercato locale irlandese ed è un single pot still.

 

 

Il Black Barrel è tendenzialmente dolce con note tostate, ma rimane abbastanza semplice e scimmiotta un po’ il bourbon americano. Il distillery esclusive non mi sembra così diverso dal classico Jameson; il naso è migliore e più complesso, ma al palato la riduzione lo annacqua troppo e non mi lascia grandi ricordi.

Il John Powers invece non lo conoscevo e mi ha sorpreso piacevolmente, è quasi una alternativa al Redbreast 12, molto “spesso”, oleoso e capace di felpare il palato, con note speziate e “verdi” tipiche (per me) della parte di orzo non maltato, ma gli manca direi la bordata di sherry tipica del Redbreast.

Dalla stanza tasting ci trasferiamo in una micro-warehouse con una botte “srotolata” che ci domina dall’alto, che fa un po’ l’effetto delle ali della fenice. Qui le botti vengono trasportate da Midleton e tenute a maturare per 6 mesi; all’interno troviamo il Jameson 18 anni esclusivo per Bow Street.

 

 

Questo è quasi sorprendentemente un grado pieno di oltre 55%. Il problema è che una volta snasato ed assaggiato onestamente non mi ha particolarmente convinto. Un po’ slegato tra naso e palato, con poca profondità in entrambi gli aspetti, un filo troppo preponderante lato alcool ed assai astringente, pur essendo un first fill bourbon.
Provando ad aggiungere qualche goccia d’acqua si faceva più oleoso e buttava fuori note di arachidi e frutta secca.. ma in generale rimaneva comunque davvero un po’ troppo speziato, alcolico ed astringente anche con la diluizione.

Poi una volta fuori allo shop ho visto che pretendevano 240€ per quella bottiglia.. ma anche no! Aggiungiamo 360€ per un Redbreast 20yo all sherry, 295 per un Green Spot 10 anni in botti di vino Greco (quale? Ah boh).. insomma che prezzini! Tuttavia c’erano vari Jameson più accessibili (stout, ipa edition, single pot still).

 

 

Infine qui chi voleva poteva fare un cask draw (assaggiare direttamente da una botte, ma senza sapere prima cosa fosse, ipotizzo un black barrel CS) e con 120€ si poteva fare un “riempi la tua bottiglia personale” sempre da un Black Barrel ma cask strength. Nulla di cui strapparsi i capelli; quale età avesse il liquido ivi contenuto, era un dato “amorevolmente” omesso.

Esco da Bow Street e finisco la giornata gironzolando ancora per Dublino, poi un autobus mi riporta a casa; a proposito, per girare Dublino come atterrate, aprite una Leap Card già in aeroporto. Praticamente ogni autobus ed il treno Dart divengono accessibili in un amen e la tessera si ricarica rapidamente con l’app apposita. E per Dublino meglio muoversi coi mezzi, in auto è un delirio di traffico.

Propositi di bellicosi post cena al pub vengono poi stroncati da due eccezionali gallette bretoni (pasta di grano saraceno, funghi, prosciutto e uova) gentilmente offerte dalla padrona di casa, Amelie.

 

Lunedì

Lunedì proseguo la mia esplorazione della città di Dublino e mi dirigo diretto all’Irish Whiskey museum, sito dinanzi al palazzo del parlamento irlandese.

Ora, questa attrazione è più pensata ad un pubblico neofita (ed è consigliabilissima anche per eventuali compagne perché è molto divertente come presentazione), ma per chi come me è più orientato allo Scotch, rimane comunque interessante per comprendere un po’ la storia della distillazione del whisk(e)y e vedere un po’ l’altra faccia della medaglia.

 

 

In fondo lo Scotch non sarebbe esistito se gli Irlandesi non glielo avessero “esportato”. Si parte dal Poitin (distillato “brutale” spesso contenente metanolo con relative problematiche), dallo scoprire che il whiskey nelle botti dimenticate era più buono fino ad arrivare alle principali distillerie presenti sull’isola, il proibizionismo, le carestie (due) che hanno colpito l’isola ed il fatto che ormai gli scozzesi un po’ forse.. gli hanno un po’ “bagnato il naso” per così dire.

Insomma vai in Scozia ed i locali gliene dicono dietro agli Irlandesi, gli Irlandesi invecchiano tutto “3 anni ed un giorno” perché devono essere migliori degli scozzesi (1 giorno in più, braccino corto!!) insomma diciamo che c’è da ridere durante il tour!

 

 

Il tour finisce nella solita stanza di degustazione, dove mi ritrovo un the Irishman, un Busker ed un Grafter small batch. Io avevo il tour premium che mi aggiungeva un Knappogue Castle 12yo.

Tutti whiskey entry level per l’appassionato, non avevo mai provato l’Irishman, un buon prodotto senza pretese, Buskers l’avevo già provato, il Grafter era discretamente pepato e decisamente “virgin oaky”, ma tradiva gioventù.

Il Knappogue Castle, la guida mi dice che viene da Bushmills, mentre io sapevo che poteva essere anche ex Cooley. Il mio esemplare non aveva l’effetto “inchiostroso” tipico di un Cooley, era un whiskey discreto e semplice, sicuramente il vincitore di mattinata, ma nulla che correrei a comprare, se non da tenere come daily driver.

Lo shop del museo è particolarmente fornito, soprattutto di miniature e tasting set.. mi colpisce il fatto che com’è che devo trovare proprio qui il trio di miniature Redbreast 12-15-Lustau e non da Jameson? Nella stanza di degustazione c’erano un sacco di vecchie bottiglie ed altre maree di miniature impolverate, vedere per credere.

 

 

Il mio amico che mi ospitava è sempre stato un fan di Redbreast, ma non aveva mai provato il 15yo né il Lustau (onestamente il Lustau mancava anche a me). Morale sono uscito con un tasting set di Redbreast.

Dal museo mi dirigo a sud, passando per Grafton street, piena di negozi. Attraverso il St. Stephen’s Green, un parco cittadino piccolo e grazioso con laghetto e finalmente un bosco degno di nota.  Da lì proseguo a sud verso il grand canal.

 

 

Mi attende una visita agli uffici di LinkedIn, dove lavora il mio amico. Da bravo italiano mi “strafogo” di cibo al catering, perché dovrò pure compensare tutto il camminare, no?

Gli uffici sono quanto di più distante da realtà italiche, con maree di stanze per ogni esigenza, con palestra interna, tavoli per ping pong, bar ad ogni piano, attici dove sostare durante le pause, booth per call private, open space per presentazioni, ogni piano aveva la sua cucina, il suo corner con bibite fresche e snack ad libitum, stanze per l’allattamento di neonati, c’era perfino modo di avere il parrucchiere a chiamata.. un’altra realtà lavorativa.

Finito il tour degli uffici LinkedIn, faccio un secondo passaggio nella parte sud del St. Patrick Green’s direzione … un posto che dico, và è lunedì, ci sarà meno gente che il Sabato o la Domenica, no? Parlo della Guinness Storehouse, ovviamente.

 

 

Ebbene lungo la mia passeggiata arrivo neanche a 300m dall’ingresso e vengo letteralmente lavato da un temporale di proporzioni notevoli. Fino a quel punto nel bene o nel male ero sempre riuscito a beccare pioggia leggera o comunque gestibile. Quegli ultimi 300m no … e no, prima che lo pensiate, in Irlanda l’ombrello è fondamentalmente inutile il vento ve lo strappa o lo distrugge in niente.

Zuppo, mi accodo ai tornelli per pagare il self-guided tour; è consigliabile prenotare online al fine di by-passare in toto la fila con una semplice scansione di un QR code.

Non ero mai stato qui ed onestamente non avevo mai neanche visto un video o foto del luogo se non per il Gravity Bar, beh diciamo che Diageo ha sicuramente fatto le cose in grande.

 

 

Non mi dilungherò, tutto era ben congegnato ma il feeling di “marketing spinto”, soprattutto nell’enorme shop e relativi gadget era davvero immane!

In realtà il mio unico obbiettivo, aldilà di vedere curiosità varie su Guinness e scoprire l’esposizione, era di andare a godermi la vista di Dublino dall’altissimo Gravity Bar.

Faccio una coda interminabile per prendere la Guinness inclusa nel biglietto e poi giro entrambi i lati del Gravity Bar per godermi il panorama, ci vuole quasi 1 ora per riuscire a trovare una dannata poltrona/tavolino dove riposare le terga, da quanta gente ci fosse! Ma il panorama era mozzafiato.

La giornata climaticamente non è molto d’aiuto con scrosci intensi di pioggia alternati da sole (una costante in Irlanda, molto più che in UK a mio avviso) e vento molto forte, riesco giusto a portarmi a piedi alla fermata dell’autobus senza lavarmi di nuovo, anche perché devo andare in aeroporto a recuperare l’auto a noleggio.

La serata finisce con una verticale di Redbreast grazie ai mignon presi all’Irish Whiskey museum, 12yo, 15yo, Lustau, 21yo (il primo e l’ultimo) gentilmente offerti dal mio amico Fabrizio. Tra tutti non avevo mai provato il Lustau, con il 12yo che rimane (soprattutto in variante Cask Strength) uno dei migliori whisky per price/quality a mio avviso, soprattutto per chi volesse provare un ex-sherry. Il Pot still rimane un plus che rende estremamente interessante anche il 12 anni ridotto a 40%, lasciandogli uno spessore al palato quasi.. quasi da Guinness

 

 

Il Lustau penso sia un mix sia di Oloroso che di PX, naso e palato sono molto assonanti, molto speziato l’imbocco è sia un mix di spezie, dolcezza iniziale (PX?) e poi il tutto vira su una astringenza tipica dell’Oloroso.

 

Continua…

 

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Comments

  1. Bravo Lorenzo! Bel reportage

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