Direi che l’Armagnac è soprattutto il popolo di Guascogna unito in una passione storica, rappresentato dallo Spirito che la porta nel mondo in una bottiglia. Ma forse uno degli aspetti più essenziali di questa unità di popolo è costituita dalla distillazione di questo formidabile distillato e ovviamente dallo strumento che la realizza, ossia l’Alambic Armagnacaise. Questo magico elemento, solitamente a otto piatti, nella parte di selezione dei vapori, che consente di smentire la solita, superficiale, ormai, per fortuna, superata, distinzione tra distillazione di qualità che sarebbe offerta dall’alambicco a ripasso, e la distillazione più industriale, costituita dalla distillazione a colonna.
Ma a parte la struttura di selezione e di concentrazione alcolica con in testa il contenitore del vino, vero cardine di tutto il sistema, in termini di riscaldamento dell’alambicco e di efficientamento dello stesso, ciò che esprime, ancora una volta, l’unità del popolo Armagnac, è il concetto di Alambic Ambulant, ossia questo alambicco che gira per villaggi, paesi e aziende agricole per distillare il vino prodotto dai produttori, non molti dei quali, soprattutto i più piccoli, hanno un alambicco di proprietà. E quando arriva l’Alambic Ambulant è un momento rituale e solenne in cui celebrare, attraverso l’uscita dell’alcol da questo antico strumento, la nascita dello spirito e festeggiare il fatto che anche quest’anno il produttore, la famiglia che distilla, sarà riuscita nell’intento di creare un liquido dalle origini antiche, che si degusterà nel tempo, centellinandone le emozioni. E sarà festa, emozione, passione. E l’Alambic Ambulant andrà in un altro produttore e così per le poche settimane in cui si celebra il rito della distillazione.
Visitare Sofac, una delle principali aziende produttrici di alambicchi di Francia, e ovviamente di alambicchi di Guascogna è una grande emozione, perché si respira, tra antichi alambicchi e alambicchi moderni in costruzione, l’orgoglio di contribuire a creare un mito e a realizzare un importante tassello di quel processo produttivo che porterà allo spirito finale.
E lo so, tutte belle parole ma poi cosa abbiamo assaggiato? Vorrete sapere. Ogni produttore ci ha tenuto a raccontarci il suo orgoglio nel produrre e così ci ha messo a disposizione la possibilità di degustare annate incredibili, alcune delle quali risalenti a oltre cento anni fa, quasi a darci il benvenuto in famiglia, ci siamo sentiti a casa, quando un tuo caro parente, nell’occasione della tua visita, ti mostra il meglio che ha e soprattutto ti fa assaggiare cose che normalmente riserva a se stesso e non sempre.
Solo divertimento? No come detto, divertimento e studio, con esame finale difficile, ma ciò che più conta colloquio con produttori e negociants, tra cui il mitico Darroze, che ha incantato, narrandoci gli inizi dell’interessamento della dua famiglia per l’Armagnac e ciò che continua a spingere l’azienda a selezionare etichette ed annate e cru rispondenti alla propria filosofia, che non è ispirata alla semplice vendita, ma ad emozionare e fidelizzare la clientela con pepite di gran livello.
Il giro tra produttori oltre che a rappresentare un modo interattivo di conoscere, ha trasmesso un grande insegnamento a chi, come me, viene da un mondo di grandi eccellenze come l’Italia, ma che non riesce a fare squadra. Esiste certo la voglia di fare spirit migliore degli altri produttori, ma appare una sana rivalità, una sana competizione, sempre consapevoli di fare parte dello stesso team, quello dell’Armagnac, vero sistema territoriale, che deve far vivere un territorio e tutto il relativo indotto.
Insomma, l’unione fa la forza.
Tutto perfetto? No.
Le esportazioni sono in calo nell’ultimo anno e chissà come andrà quest’anno con le incertezze di dazi e tariffe varie doganali. Come reagirà il mercato americano ed il russo?
Bisogna comunicare meglio la passione dell’Armagnac, fare comprendere a chi non ha ancora visitato le terre di D’Artagnan, perché questo è un mondo unico, cosa c’è dietro un calice, cosa spinge un produttore a venire a cenare con alcuni appassionati, alla fine di un giorno di dura lavoro nei campi, tra Ugni Blanc e Colombard, e a tirare a fare tardi, raccontando di aneddoti secolari e di quando e come le bottiglie dell’Armagnac di famiglia sono state sottratte alla furia alcolica dei nazisti, affinché i nipoti ed i pronipoti potessero degustare quel patrimonio domestico straordinario. Ovviamente tra formaggi e carni notevoli, cominciando le cene, immancabilmente con la Blanche d’Armagnac, e terminando, inevitabilmente, con un Armagnac d’annata e con un ottimo pastis gascon.
Ora dunque come contribuire a comunicare l’Armagnac?
Continuare a fare squadra, sentendosi parte di essa, innanzitutto.
Tanti produttori invitati a partecipare a programmi di formazione in Italia mi hanno già contattato, offrendomi in pieno la loro collaborazione, se riuscissimo a trasmettere, anche solo in parte, un briciolo della passione che anima lo spirito della Gascogne, avremmo già realizzato un grande obiettivo.
Sarebbe bello portare in giro per il Bas appassionati, come fa il Riva nazionale per gli spiritati whiskosi ad Islay.
Così come è avvenuto per noi sette appassionati informatori di spiriti, condotti quasi per mano nelle tre zone care a Vital Dufour già nel 1310, dal Bnia e da Maeva e Olivier, con semplicità, simpatia, competenza, calore, incontrando tanti uomini del sistema Armagnac, ognuno dei quali, pronto a trasmetterti il perché occorre degustare Armagnac, l’acquavite più antica d’Europa, in fondo, il moschettiere più longevo del mondo, sopravvissuto a secoli, guerre mondiali, fillossera, oidio, peronospora e a giovani che sembrano prediligere alcol da stordimento piuttosto che bevute consapevoli e colte.
Ma la qualità alla fine prevarrà, senza dubbio, così come è giusto che sia.
Per ora, instancabilmente, ci proponiamo di organizzare corsi di divulgazione delle tecniche di produzione antiche e più recenti dell’Armagnac, cercando di comunicare come, per i diversi Paesi, i vari produttori cercano di adeguare le loro espressioni produttive alle nuove esigenze di un mercato mondiale, che sempre più si caratterizza per un approccio difficile all’alcol di qualità, ma a noi piacciono le nicchie di quella clientela, che non smette di sognare e di chiudere gli occhi, quando ha in bocca uno spirito di altà qualità e di meditare piacevolmente sulla bellezza della vita.







