C’è chi dice no

C’è chi dice no

Ho visto la serie dedicata a Vasco Rossi, tutta intera, due volte di fila. Il che stabilisce due record: ho passato più ore davanti allo schermo nel weekend che da inizio anno, ed è la prima serie tv completa che vedo, ai miei tempi si chiamavano telefilm, erano tanti episodi chiusi e se ne perdevi uno non succedeva nulla.

 

 

Il Supervissuto non è solo il racconto di una vita, ma la celebrazione di un territorio che vince in Italia per vivacità, imprenditorialità e che aggiunge nella Riviera Romagnola anche la sublime arte dell’accoglienza.

Una storia di un territorio che pochi giorni fa ho sentito anche nelle parole di un protagonista della passione italiana per il single malt. Un sabato pomeriggio a Marina di Ravenna, in compagnia di Thomas e di Adriana, in cui Sir Nadi Fiori ha ricostruito i primi anni avventurosi della selezione indipendente di whisky. Un sabato che non poteva che concludersi all’Aguardiente, un paio di Daiquiri e svariati assaggi di nuovi rilasci di rum, tra cui ha spiccato – per rarità – quello del dibattuto Appleton 17.

 

Appleton Estate 17 Legend

Avrei potuto parlare dei tanti aneddoti di Nadi, ma per ricostruire e condividere tutte quelle storie serviranno mesi. Apro invece il capitolo Appleton 17, un territorio quello del rum giamaicano e della cultura Tiki in cui mi muovo con passi insicuri, un episodio quello di questo imbottigliamento che ha molti aspetti in comune con gli avvenimenti che hanno segnato l’involuzione della passione per il whisky.

La storia è nota, ben ricamata dall’ufficio marketing di Campari, e come ogni storia con la S maiuscola concentra tre ingredienti: tradizione, ritrovamento ed esclusività.

 

La tradizione, 80 anni fa

Lo stile dell’Appleton 17 proviene da un rum realizzato con un differente brand prodotto fino al 1981 dalla prestigiosa distilleria giamaicana. Il J. Wray & Nephew 17 anni, bottiglia che non ho mai avuto il piacere né di assaggiare né di tenere tra le mani (ma credo di essere in buona compagnia) e che gode di discreta fama perché utilizzata dal famoso barman Victor J. Bergeron (Trader Vic) nel 1944 nella sua prima stesura della ricetta del drink poi conosciuto come Mai Tai. Un mito della mixology, costruito su un perfetto equilibrio degli ingredienti, non poteva usare un rum “qualsiasi”. Ma in realtà è lo stesso Trader Vic nel suo racconto ad ammettere di aver preso quel rum dalla bottigliera senza troppa premeditazione, tesi avvalorata dalla scarsa disponibilità del 17 anni, che non è mai stato un prodotto a grande distribuzione. 

Ma tanto è bastato ai bevitori di Mai Tai, la ricetta – una delle tante ricette possibili – ha funzionato bene e l’imbottigliamento di J. Wray & Nephew è rimasto indissolubilmente legato al drink.

 

 

Il ritrovamento, delle bottiglie e della ricetta

L’interesse della distilleria è stato tanto basso da non dare un futuro al 17 anni e alla linea stessa del J. Wray & Nephew, oggi rappresentata solo dal White Overproof a 63% abv.

Scomparso, come anticipato, nel 1981, il 17 anni è diventato oggetto di culto, ricercato dagli appassionati di Mai Tai. La scarsa disponibilità e il suo valore non collezionistico hanno fatto schizzare alle stelle le quotazioni delle pochissime bottiglie comparse nelle aste: migliaia di euro, decine di migliaia di euro, per una bottiglia che non ha valore né dal punto di vista organolettico, né da quello storico.

Il mio ricordo è andato alla mia visita a Belfast di fine luglio, quando ho avuto il piacere di essere invitato ad una degustazione Killowen presso il lussuoso Merchant Hotel. Arrivati in anticipo, mentre Brendan era impegnato nell’allestimento della sala io ho deciso di “acclimatarmi” passando un po’ di tempo al banco del cocktail bar. Bar che ho scoperto essere famoso per essere entrato in possesso, una quindicina di anni fa, di una delle sole sei bottiglie esistenti al mondo di Wray & Nephew 17, e per avere deciso di proporre in lista la ricetta originale del Mai Tai di Trader Vic. Il costo iniziale del drink era di ben £ 750, prezzo incrementato sino a quasi al doppio col diminuire degli shot disponibili del rarissimo rum, sino a consacrarsi come cocktail più costoso del pianeta. Questo, più di tutte le altre chiacchiere, racconta la distorsione di un drink nato per essere popolare e consumato da persone malamente arricchite.

A tutto questo hype Campari non poteva rimanere indifferente. Per rielaborare questo blend, la Master Blender Joy Spence ha recuperato la ricetta originale, consultando manoscritti d’archivio e impiegando formule originali per ridare vita, fedelmente, al J. Wray & Nephew 17 anni. Cosa che, anche con il naso e la mano di Joy, è essenzialmente impossibile, visto che a quasi un secolo di distanza tutto è cambiato nel mondo, nelle materie prime e nel procedimento in distilleria.

 

 

L’esclusività, 1500 bottiglie

Come dare valore a questa importante eredità?

Primo decidere di cambiare strada, dalla sua acquisizione (2012) Campari sta investendo sul brand Appleton Estate per incrementarne il valore percepito, gli imbottigliamenti selezionati con Luca Gargano ne sono prova. Niente tempo da perdere con il marchio Wray & Nephew, il 17 anni poteva serenamente rinascere con un abito diverso.

Poi la rarità. Un imbottigliamento nato per dare valore al Mai Tai poteva mai essere proposto in edizione non limitata? Infatti, no, 10 botti invecchiate 17 anni su suolo giamaicano hanno potuto dare vita a sole 1.500 bottiglie per tutti gli assetati mercati internazionali, di cui 144 per l’Italia, proposte al costo a cui non si può restare indifferenti di €450 l’una.

 

 

Appleton 17 è leggenda

E così Appleton 17 si è autoproclamato Legend. Un percorso ben costruito che ha visto facile eco su tutte le testate di settore e che ha lasciato i consumatori a bocca asciutta. Un percorso che, per quanto evidenziato sopra, sembra fuoriuscito dal cilindro di un manager alle sue prime esperienze nel settore spirits e desideroso di applicare tecniche di marketing che ben hanno funzionato per altri brand del lusso.

Per capire qualcosa in più su quello che stava accadendo ho disturbato l’amico Gianni Zottola. Sicuro esponente della stretta cerchia dei conoscitori veri della cultura Tiki e della sua storia, è subito stato critico nei confronti di questo nuovo lancio. Consiglio la lettura del suo articolo Il Wray & Nephew 17 non è leggenda, scritto con molta foga appena annunciato il nuovo Appleton. Lì trovate ben sviluppati i temi sopra accennati. C’è chi dice no.

Le dinamiche sono le stesse che il mondo del whisky sta sperimentando da parecchi decenni. Botti di 40 anni miracolosamente ritrovate durante un inventario di magazzino, bottiglie ripescate dal fondo del mare, edizioni limitate firmate da Master Blender in pensione. Tanto Scotch, ma anche la bottiglia di Pappy 23 anni il cui segreto sembra essere l’unicità della ricetta, di cui però si conosce praticamente tutto. Gli ingredienti sempre loro: tradizione, ritrovamento, esclusività.

Dinamiche che hanno creato una frattura non guaribile tra chi il whisky lo beve e chi il whisky lo mette in mostra. Perché creare imbottigliamenti che verranno aperti da pochissime persone e che inizieranno il loro lungo viaggio in giro per il pianeta, raddoppiando di valore ad ogni passaggio di mano? Il consiglio per i pochi fortunati possessori di una bottiglia di Appleton 17 è ovviamente keep.

Il mondo del rum ha accelerato queste storture in pochi anni, arrivando sempre più frequentemente ad eccessi evitabili. Ma non è solo questo. Il legame con la miscelazione impone regole che il whisky non conosce, e l’Appleton 17 ne è prova.

 

C’è chi dice no, l’assaggio

C’è chi dice no. Per fortuna il buon Jimmy la bottiglia di Appleton 17 l’ha aperta. Visto che l’ho assaggiata, mi sembra giusto anche parlare dell’argomento meno dibattuto, il contenuto del bicchiere 😉. Gradazione di imbottigliamento: 49% abv.

 

 

Appena portato il bicchiere a tavola, incurante della forte bora che si era alzata e che stava facendo volare ogni oggetto non saldamente ancorato al suolo, il rum si è fatto prontamente notare per la sua arrogante intensità. Il commento di Thomas non lascia spazio a dubbi: “Eh la Madonna, cosa è questa cosa qua?!”

Arrivati dall’assaggio di altri giamaicani e avendo digerito il fatto che Thomas non riesce a farsi piacere il puzzo della torba e invece ha speso più di un apprezzamento per il ruvido carattere dell’isola caraibica, abbiamo subito notato una mano di trucco molto importante nell’Appleton, a fronte di una minore sostanza nel suo cuore.

Carattere funky ai minimi per Appleton, che già parte da un livello molto inferiore rispetto a quello delle altre distillerie dell’isola, una nota di gomma da masticare ricoperta da aromi del legno, pasticceria brûlée ma soprattutto tante spezie – con cannella e chiodo di garofano a fare da padrone. La frutta tropicale, banana e ananas stramature in primis, arriva solo dopo qualche minuto. Le note tostate della melassa, la liquirizia, ci sono anche se relegate a rumore di fondo.

Al palato l’esperienza è assai differente. Abituati alla oleosa masticabilità dei rum giamaicani in pot still, qui ho trovato una sensazione più “cubana”, una carezza vellutata che probabilmente cela una importante quota distillata a colonna. Sui canali ufficiali di Appleton nulla viene detto in merito al Mark, in molti blog viene certificata l’origine 100% pot still delle 10 botti, ma resta che lo stile del 17 è differente rispetto al DNA classico della Estate.

Evoluzione continua nel bicchiere per un rum che conferma le capacità di Joy. Un rum superiore alla media, che avrebbe potuto essere presentato così come è, senza il carico da 90 del collegamento storico con un rum, il Wray & Nephew 17, con cui nessuno può certificare la somiglianza.

Nessuna scusante quindi per il prezzo e per la scarsa disponibilità.

C’è chi dice no.

Fortunatamente la grande passione per il single malt in Italia è nata da persone come Nadi Fiori, che da sempre racconta e seleziona whisky da bere.

#whiskytothepeople

 

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