Con 500 anni di storia, la Cachaça è considerata la prima bevanda distillata nelle Americhe.
L’origine della Cachaça può essere fatta risalire all’inizio dell’effettiva colonizzazione del Brasile da parte dei portoghesi.
Il Trattato di Tordesillas
Siglato tra gli Spagnoli e i Portoghesi il 7 giugni 1494, il Trattato di Tordesillas divideva il “nuovo mondo” in un sostanziale duopolio tra l’Impero spagnolo e l’Impero portoghese.
Dopo la scoperta di Cristoforo Colombo, tutti i territori che stavano a Ovest del “meridiano nord-sud posizionato 370 leghe (1 770 km) a ovest delle Isole di Capo Verde” venne assegnato alla Spagna, quelli a Est al Portogallo.
La Spagna guadagnò così tutte le Americhe del Centro e del Nord. La parte più orientale dell’odierno Brasile, quando venne scoperta nel 1500 da Pedro Álvares Cabral, venne invece assegnata al Portogallo.
Lì i portoghesi portarono subito, ad inizio XVI secolo, l’arte della produzione dello zucchero che avevano già avviato con successo dall’altra parte dell’oceano, sulla loro isola di Madeira.
Gli albori della coltivazione della canna da zucchero
Sebbene non esista una documentazione precisa sul luogo in cui ebbe inizio la prima distillazione della Cachaça, si può affermare che essa avvenne in uno zuccherificio sulla costa del Brasile, intenzionalmente, tra il 1516 e il 1532. Un fatto che la rende il primo distillato dell’America Latina, ben prima della comparsa di Pisco, Tequila e Rum (Barbados, la culla del Rum, inizia a coltivare canna da zucchero nel 1637).
Esistono molte storie pittoresche sugli inizi della produzione di Cachaça in Brasile, ma sono due le versioni che cercano, in modo più logico, di spiegare alcuni dei fatti che hanno preceduto l’inizio della sua distillazione.
La prima, più accreditata, dice che i portoghesi, abituati a bere bagaceira, un distillato di vinacce d’uva, improvvisarono una bevanda dalla fermentazione e dalla distillazione dei derivati del succo di canna da zucchero, che produceva lo stesso effetto piacevole del liquore portoghese.
L’altra versione racconta che negli zuccherifici, durante l’ebollizione della garapa per ottenere lo zucchero, compariva una schiuma che veniva rimossa dalle pentole e gettata nelle mangiatoie degli animali. Con il tempo, il liquido fermentava e si trasformava in un brodo, noto come “cagaça“, che sembrava rinvigorire il bestiame, che andava felice a consumarlo. Accorgendosi di questi effetti, gli schiavi lo assaggiarono e cominciarono a berlo anche loro.
L’arrivo dell’alambicco
Poiché i portoghesi conoscevano già le tecniche di distillazione, portarono gli alambicchi da Madeira in Brasile e iniziarono a distillare il mosto fermentato della cagaça, ottenuto inizialmente dalla melassa, un sottoprodotto della produzione dello zucchero, e solo successivamente dal succo della canna da zucchero stessa, dando origine alla Cachaça – l’acquavite di canna da zucchero brasiliana.
Esistono tre versioni del periodo in cui la Cachaça iniziò a essere prodotta sul litorale del Brasile:
- A Itamaracá tra il 1516 e il 1526
- A Porto Seguro nel 1520
- A São Vicente nel 1532, dove sono nate le prime vere piantagioni
Qualunque sia la data, si può serenamente affermare che la Cachaça è nata prima del Brasile ed ha accompagnato tutta la sua storia.
Nello stesso periodo, il Portogallo produceva importanti quantità della sua “grappa” bagaceira e l’aumento della produzione di Cachaça scoraggiò i coloni dall’acquistare la bevanda portoghese. Per ostacolare la concorrenza del distillato brasiliano, il Portogallo istituì un dazio sui distillatori di Cachaça, i quali, disprezzando questa tassa, si ribellarono nel 1660. È un episodio noto come la Revolta da Cachaça, che innescò i primi desideri di indipendenza e indirizzò la produzione della Cachaça verso quella illegalità ancor oggi molto diffusa.
Dalla costa a Minas Gerais
La scoperta delle ricche miniere della regione di Minas Gerais, portò durante il XVII secolo ad un progressivo rallentamento della espansione delle piantagioni di canna da zucchero, a favore della estrazione di oro e di pietre preziose.
È durante questa migrazione verso Minas Gerais, che si iniziò a conservare la tradizionale branquinhas (la Cachaça bianca) in barili di legno per il trasporto. Durante il viaggio, la Cachaça, a contatto con il legno, assumeva sia colore che nuovi aromi.
È per questo motivo, si dice, che Minas Gerais è diventata la regione più importante del Brasile per la produzione di Cachaça invecchiata. E che Salinas è considerata la capitale della Cachaça Artesanal.
Le botti non venivano costruite con rovere, non diffuso in Brasile, ma con i numerosi legni locali.
Tutte tradizioni ancora oggi legate alla produzione della Cachaça.
Il ruolo economico della Cachaça nel Brasile coloniale
Grazie al lavoro degli schiavi, la produzione dello zucchero divenne rapidamente l’economia più importante sulle coste brasiliane. La Cachaça, che nacque grazie alla opportunità di lavorare le melasse – gli scarti della lavorazione del succo della canna – con gli alambicchi portati dai colonizzatori, veniva portata dai commercianti europei sulle coste dell’Africa e utilizzata come moneta di scambio per acquisire nuovi schiavi.
È questo legame storico tra la cultura portoghese, quella africana e quella brasiliana che ha reso la Cachaça qualcosa di diverso da un semplice “Rum prodotto in Brasile”. Le sue peculiarità, la sua indipendenza dallo sviluppo spagnolo dei Caraibi (poi affiancato dalla colonizzazione inglese e francese), hanno reso la Cachaça un distillato che deve essere letto con una chiave diversa.
La falsa storia dell’origine della Cachaça
Come ben raccontato su mapadacachaca.com.br, la leggenda narra che gli schiavi neri delle piantagioni di zucchero, stanchi di mescolare il succo della canna da zucchero sul fuoco, si fermassero a riposare e il composto iniziasse a scomporsi.
Per evitare le punizioni delle guardie, nascondevano questo sciroppo, che iniziava spontaneamente a fermentare. Quando rimettevano questo liquido sul fuoco, la parte alcolica evaporava, si condensava sul soffitto delle abitazioni degli schiavi e iniziava a gocciolare (pingo) nella forma di un liquido ad alto contenuto alcolico, chiamato la pinga.
Il consumo di questa acqua che “bruciava”, l’aguardente, permetteva agli schiavi di affrontare la dura vita delle piantagioni.






