L’atrofia di Glendronach

L’atrofia di Glendronach

In 25 anni di Scozia ho battezzato ognuna delle oltre trenta visite nello Speyside con una degustazione presso una distilleria che si trova appena al di fuori dei suoi confini orientali, la meravigliosa Glendronach, immersa in un paesaggio collinare da cartolina.

Insomma, quella distilleria che era stata convertita da Pernod in mulo da malto per i blended, che è stata salvata da Billy Walker negli stessi anni in cui io muovevo i primi passi con i gruppi tra le Glen delle Highlands, e che ha infine puntato tutto sulla maturazione in botti ex sherry, proponendo una gamma di irresistibili emozioni per gli appassionati.

 

 

In passato, ogni nostra visita si è trasformata in una vera e propria gioia per il palato, con assaggi pazzeschi di single cask spesso con oltre 20 anni di maturazione e proposti in vendita presso la distilleria a prezzi che oggi giudicheremmo stracciati.

L’acquisizione nel 2016 da parte degli americani Brown-Forman, combinata con l’evoluzione sempre più folle del mercato del single malt, ha portato ad un lento svuotamento dei contenuti. La degustazione che abbiamo fatto settimana scorsa ha purtroppo peggiorato questo trend, essendosi conclusa con la degustazione di 3 dram, il 12 anni e due NAS della serie Ode.

 

 

Ok era il tour base, per accedere alla ben più interessante esperienza Old and Rare Collection era possibile ordinare dalla ricca whisky list oppure prenotare una degustazione da £200 (basta, please), una esperienza effettivamente un po’ troppo cara e che comunque coinvolge imbottigliamenti di un passato che pare remoto e non più replicabile.

Ce la siamo cavata ordinando qualche dram aggiuntivo, una single cask distillata nel 2005, quando gli alambicchi erano ancora alimentati a fiamma diretta, e i due distillery exclusive, un Oloroso di 14 anni e un PX di 11 anni. Poco? Abbastanza.

 

 

La distilleria festeggia quest’anno il suo duecentesimo anniversario. Ci è stato anticipato il prossimo rilascio di imbottigliamenti super-premium, sicuramente proposti a cifre autorizzabili solo da direttori di banca. Come il 56 anni presentato il mese scorso e offerto al prezzo neanche impossibile di £ 35.000. Solo questo? Solo questo.

Fondata nel 1826 da un consorzio di agricoltori guidato da John Allardice, GlendDonach è purtroppo oggi un sito per nulla svafillante. I lavori di espansione sono ancora in corso, la distilleria è un enorme cantiere attraversato da camion polverosi. La produzione é temporaneamente sospesa. La stessa Glen House, costruita nel 1771, edificio che ha ospitato molti dei gestori della distilleria, è completamente avvolta da ponteggi e sembra essere molto lontana dal poter ospitare attività per l’importante compleanno.

Possibile rende più cupo un tale quadro? Anche la produzione presso la distilleria sorella Benriach era sospesa, con tutto il personale spostato presso la terza distilleria del gruppo, Glenglassaugh, che sembravana tutto tranne che in attività e il cui Visitor Centre era dichiarato come chiuso. Non solo, Brown-Forman, che ricordiamo essere l’azienda “familiare” proprietaria di Jack Daniel’s, ha confermato pochi giorni fa il suo interesse ad uscire dal settore Spirits, dichiarandosi favorevole alla potenziale vendita alla francese Pernod Ricard, rispetto alla proposta alternativa della rivale americana Sazerac. Trattativa che ieri ha segnato uno stop.

 

 

La capacità produttiva di Jack Daniel’s è tra le più grandi al mondo, con la distilleria che vende oltre 14 milioni di casse da 9 litri all’anno (dati 2023). Lo stabilimento di Lynchburg, nel Tennessee, utilizza 64 grandi serbatoi di fermentazione per produrre oltre 118 milioni di litri di alcol all’anno. Riempie 2.000 nuovi barili al giorno. Glendronach produceva, prima dell’espansione in corso, “solo” 1.4 milioni di litri di alcol, l’equivalente di pochi giorni di attività del cugino americano (4-5 giorni).

Quindi Pernod? Per Glendronach sarebbe un ritorno alle origini…

 

 

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